Qualche giorno fa sono stata invitata dai ragazzi del Liceo Scientifico G. Galilei di Potenza per parlare con loro di dipendenze, vecchie e nuove, da sostanze e da condotte. Incontrare i nostri giovani è sempre un grande piacere, le conferenze con loro, per me sempre le più belle, ma è stato più facile parlar con loro di sostanze psicotrope, di tabagismo, di gioco compulsivo, che parlare di dipendenza affettiva.
Era come parlare d’amore ai tempi del colera, tempi, i nostri, contraddistinti dall’epidemia di un individualismo sfrenato, quello di chi ha confuso l’ego con l’io, quelli di chi fagocita ma non si nutre e che, digiuno, continua a fagocitare, quelli di chi calpestando, calpesta, senza avvedersene, prima di tutto se stesso. Sin troppo facile il contagio, untori nascosti dappertutto, tra le pagine dei giornali, tra i programmi televisivi, tra gli intellettuali, gli artisti, le istituzioni…

Gabriel Garcia Marquez, l’amore come il colera, facevano continuamente capolino nella mia testa mentre le domande dei ragazzi, belli come il sole, belli della loro età, si concentravano sempre di più su questo argomento. Certo, l’adolescenza, come ogni primavera che sia tale, è la stagione dell’amore.
Come dir loro che non esistono amori malati ma piuttosto l’amore e la malattia?
Come dire loro che non siamo la metà di nessuno, che siamo angeli con entrambe le ali, che non è vero che per volare abbiamo bisogno di essere abbracciati a qualcuno, che piuttosto per volare è necessario essere leggeri, ma che leggero può esser solo chi sa amare, che leggero è solo chi non fa male?
Che il senso di colpa è deleterio ma l’assunzione di responsabilità fondamentale? Che il ricatto non è da eroi ma da ratti nella notte e che il ricatto affettivo è della peggior specie mentre amore è libertà, ma non certo libertà di ferire?

Che bisogno non è amore mentre scegliere lo è? Che un rapporto dove non vi sia reciprocità è dipendenza e che è ugualmente dipendente chi si nutre della altrui dipendenza, delle altrui fragilità, che reciprocità non è dare per avere ma è rispetto e che in amore vuol dire volere insieme il bene di ciascuno?
Li ho lasciati chiedendogli di essere migliori di noi, dicendo loro che l’evoluzione è questa: un gradino sempre più in su’ del trascorso ieri, li ho lasciati, ancora assieme a Marquez, con “la convinzione che gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce ma che la vita li obbliga ancora molte altre volte a partorirsi da loro stessi.”