Dopo tante polemiche, ti ritrovi ad assistere allo spettacolo Fa’afafine e, mentre in teatro un bravissimo Michele Digirolamo, diretto da un altrettanto bravo Giuliano Scarpinato, interpreta la storia di Alex, rimani rapita da una scenografia fantastica che accompagna una narrazione che ha la leggerezza di una fiaba, di un fabulare, un raccontare i sogni, i primi amori, gli amici immaginari, di qualcuno che è poco più che bambino. Ha dunque colpa un bambino di ciò che sente, di ciò che prova, dei primi fremiti del suo cuore?
E’ una rappresentazione che mi ha commossa, l’innocenza commuove sempre.

Fuori da quella stanza un mondo che non può capire, proprio come fuori dalla scena. Un mondo che per paura, a volte sa essere feroce, anche con uno spettacolo teatrale, senza conoscerlo, senza neppure vederlo, attacca, nega, rinnega, censura…
Inutile dire che in quella stanza ho rivisto me bambina, la mia specificità nell’apprendere sanzionata, derisa. Inutile dire che ho rivisto mia figlia, le sue paure nel non sapere leggere, la sua vergogna nel percepirsi diversa dai compagni, il suo dolore. Inutile dire che ho rivisto le decine di ragazzi che a me si rivolgono, ognuno con una sua specificità che diviene disperazione perché il mondo non sa capire. Nulla fa male quanto il sentirsi incompresi, soli, seppure in mezzo a tanti. Da sempre la tecnica dei predatori è isolare la preda dal branco: è nel segreto, nella solitudine, che si diviene facili bersagli del disagio psicologico, del mal dell’anima.

Poi, proprio come nelle fiabe, il lieto fine, il segreto si spezza, la porta si apre, Alex esce in un mondo che finalmente accoglie piuttosto che giudicare. Sarebbe bello anche nella realtà, ma spesso a renderlo impossibile, il pregiudizio di chi interpreta l’esperienza dell’altro, i suoi sentimenti, la sua storia, con i parametri della propria. Di chi traduce i comportamenti altrui, con il significato che avrebbe per se stessi compiere determinate scelte, proiettando così i propri vissuti su quello, senza riuscire a comprendere che l’altro non sta scegliendo, è.
Se, in una società civile, la libertà d’ espressione è un diritto inalienabile, quella di essere è sacra. Se dunque uno spettacolo così delicato deve restare fuori dalla scuola, stessa sorte dovrebbe seguire un Alex in carne ed ossa… potrebbe condizionare i suoi compagni.

Da anni mi batto nella scuola per i diritti dei ragazzi contraddistinti da una diversa modalità di apprendimento, per quelli con bisogni speciali, per un’educazione alle diversità, che io preferirei chiamare alle specificità, non vedo e non capisco perché in questa, non debbano rientrare tutte le specificità, quelle che siano: le lacrime dei nostri ragazzi, allorché si sentono incompresi, discriminati, emarginati, sanno tutte dello stesso sale.