Senza voler arrivare a Matthias Schepp, un padre che sottrae le figlie alla madre e verosimilmente le uccide, con l’unico scopo di farla soffrire o a Marco Doldi, che dopo aver invano attentato alla vita del compagno della sua ex moglie, sotto gli occhi di lei, spara contro i propri figli uccidendone uno, oggi più che mai assistiamo al fenomeno di bambini contesi, messi in mezzo alle diatribe familiari, usati come mezzo di ricatto senza la minima attenzione per i danni apportati alla loro psiche in fieri. E’ questo che ricorre continuamente al mio studio. Lo fanno le mamme, lo fanno i papà, entrambi privi di alcuna consapevolezza, accecati dall’odio per il partner rivale, dall’insano desiderio di vincere una battaglia che, già solo per essere tale, farà morti e feriti, una battaglia dove infine perderanno tutti.
La sindrome di Medea, in un primo momento menzionata solamente in relazione al dramma dell’uccisione dei figli, viene estesa poi con Jacobs (1988) con quello che definisce il “Complesso di Medea”, al comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali, dove ciò che si vuole ‘uccidere’ è il legame che ha il figlio ha con il padre. Medea è donna, tali comportamenti vengono quindi associati prevalentemente al femminile.
Le madri sono genitori “alienanti” molto più frequentemente di quanto lo siano i padri, sostiene infatti Gardner nel1988, terminologia ripresa dalla PAS (Parental Alienation Syndrome), la Sindrome di alienazione genitoriale (Buzzi 1997, Gullotta 1998), che definisce le ‘madri alienanti’, indottrinanti e afflitte da odio patologico ai danni dell’altro, perse in una campagna denigratoria non sostenuta da elementi realistici.
La maggior parte ritiene che l’abuso emotivo nei confronti dei figli inizi quando, durante una separazione conflittuale, gli ex coniugi li coinvolgono in una “gara di lealtà” (Byrne, 1989) forzandoli a scegliere il genitore preferito, a parteggiare, a formare una nuova famiglia chiusa con uno solo dei genitori. Tra i 9 e i 12 anni questo fenomeno è stato definito “allineamento del minore con un genitore” (Wallerstein e Kelly, 1980): subdolamente i genitori trattano come confidenti i figli costringendoli ad una innaturale scelta, con la finalità di escludere l’ex coniuge dalla loro vita. Personalmente ritengo che tale fenomeno possa essere presente anche nelle famiglie che restano unite e che sia agito indifferentemente da padri e madri spesso sostenuti dalle loro famiglie di appartenenza. Se proprio devo dirla tutta, in Italia con il suo record di femminicidi, mi pare sia più frequente che sia il padre a svalutare la figura materna, costringendola ad un ruolo subalterno e alienandola così, se non dall’amore, sicuramente dalla stima dei suoi figli.
Purtroppo l’esposizione ripetuta, in età evolutiva, ad abusi in questo senso, può determinare la comparsa di alcuni meccanismi di difesa propri della patologia borderline, per esempio l’onnipotenza, la svalutazione e la dissociazione (Burgess, 1987), oppure altri effetti a lungo e breve termine riscontrati sui figli, come aggressività, egocentrismo, futuro carattere manipolatorio, comportamenti autodistruttivi, falso sè, disturbi alimentari, depressione e scarso rendimento scolastico (Gullotta 1998).
Medea non è dunque una tragedia solo al femminile.
L’opera scritta da Euripide nel 431 avanti Cristo, narra la dolorosa storia di Medea che dopo essere fuggita dalla sua patria e fatto uccidere il proprio fratello per seguire Giasone, uomo di cui è innamorata perdutamente, viene da lui abbandonata per una giovane e bellissima principessa. Accecata dall’odio e dalla sete di vendetta, procura una morte atroce alla rivale e al re suo padre e uccide infine i propri figli affinché Giasone paghi, per il suo tradimento, il fio più alto possibile. La tragedia, rivisitata da Ovidio prima, da Seneca poi, nel corso dei secoli è rimasta sempre attuale, ha visto sino ai nostri giorni molteplici rimaneggiamenti e interpretazioni che hanno inteso la protagonista ora malvagia infanticida, ora eroina a riscatto di un femminile ridotto ad una condizione di sudditanza. Una tragedia al femminile dunque ma forse solo perché, qualcosa meno di tremila anni fa, tali ferite dell’anima, erano inferte e legittime solo contro le donne, o forse perché all’epoca l’esposizione del neonato e l’infanticidio erano mezzi comuni di controllo demografico il cui potere era ufficialmente nelle mani del capo famiglia che quindi, ammazzando un figlio, non avrebbe che esercitato un suo diritto. Medea desta scalpore perché è una donna a compiere ciò che è lecito solo agli uomini e forse così, per un attimo, questi riflettono sull’abominio dell’infanticidio.

Il punto reale è che da millenni assistiamo a società patriarcali e maschiliste dove il pater familia ha diritto di vita e di morte su schiavi, figli e mogli. Comportamenti come la violenza domestica, fisica o psicologica, assistita o subita, l’abuso sessuale, le infibulazioni, il triste fenomeno delle spose bambine, mi sembrano infanticidi molto più diffusi e molto meno metaforici dell’uccisione del legame dei figli col padre.

Il fenomeno deve essere affrontato con minor faziosità o finisce per rientrare nella guerra senza tempo tra maschile e femminile, una guerra in cui non possono che perdere tutti, il cuore non può solo contrarsi né solo espandersi, così i polmoni, così luce o buio o tutti gli opposti che qui creano la vita. Non può esservi supremazia dell’uomo sulla donna o viceversa, in questa società chi non difende la donna, non difende se stesso.

Medea apparteneva alle stirpe del Sole, era figlia di Eete, figlio di Helios, a sua volta nato dall’ unione di Titano Iperione con la Titanessa Tea o Eurifaessa e, poiché Eurifaessa significa “splendente lontano”, essa era la Luna, mentre Iperione, che vuol dire “quello di sopra”, altri non era che il Sole stesso. Si sosteneva dunque che Helios, il sole, si autogenerasse nella luna, figlia e genitrice di questi, le donne di discendenza solare erano pertanto lunari.
Che Medea avesse inoltre per madre Oceanide Idyia “l’esperta” che la collegava alla sfera magica del pharmakon, o Ecate, madre della scienza segreta dei filtri, era di certo collegata alla luna, inoltre sua zia era Circe, la maga, sorella di  Eete.
La sua stessa discendenza vede dunque Medea tra sole e luna, tra ingegno e scaltrezza, tra forza e fragilità, amore e odio, luce e ombra, magia e raziocinio, se solo riuscissimo a capire, senza giudizi di valore, che sono tutte qualità dell’uno, tutte facce dello stesso diamante, capiremmo che non è possibile la vittoria di alcune sulle altre, piuttosto, se non integrazione, allora solo guerra infinita.
Medea è uno dei personaggi più celebrati della mitologia greca soprattutto per il suo carattere forte e volitivo, giudicato inconsueto per le donne in quanto le caratteristiche femminili erano già associate unicamente a quelle lunari mentre le maschili a  quelle solari, quasi la luna non fosse più al contempo genitrice e figlia dell’astro infuocato, genitore e figlio a sua volta della candida luna,  eppure Euripide stesso descrive il desiderio di morte che prende Medea, come una luce che le attraversa la testa, non come un buio che l’afferra e precipita. Ancora, se di solito la tragedia classica presentava due personaggi in conflitto (per esempio Creonte e Antigone, oppure Oreste e Clitemnestra), ciascuno portatore di un ben preciso ordine di vedute, Medea contiene, dentro di sé, contrastanti, entrambe gli aspetti: vorrebbe, in uno, uccidere i figli e risparmiarli. La sua è una mente scissa, conflittuale, la stessa descritta millenni più tardi, dalla moderna psicologia.
Medea dunque non è uomo né donna, bensì lo smarrimento di animus ed anima di Junghiana memoria, è due emisferi che, perso il corpo calloso, hanno preso a farsi la guerra nella medesima scatola cranica, non vi potrà essere alcuna vittoria ma solo follia. Medea è chiunque si percepisce tradito, umiliato, misconosciuto nel tanto darsi per l’altro, sino a perdere il suo centro, il suo equilibrio tra sole e luna, tra creazione e distruzione, emozione e intelletto, equilibrio invero già smarrito proprio nel perdersi per l’altro: se Giasone, ingrato, per amore di Glauce, tradisce Medea, lei non meno ingrata, ha già tradito, per amore di lui, padre e fratello, ma è poi amore questo? Quando ci si dispone a sacrificare i propri beni più grandi pur di avere o ferire qualcuno, è follia, non è amore, chiamiamo le cose con il loro nome, non è amore malato, è malattia. L’amore crea, guarisce, lenisce e sopra ogni cosa unisce. Amare qualcuno più di se stessi, che sia persona, ideale o battaglia, è contro natura e, in ogni caso, prima o poi, con la stessa intensità, lo si potrà odiare più di quanto si ami la propria vita stessa. Non vuole il cielo, quando ciò avviene ci si è scissi, dall’uno si è diventati due in guerra perpetua, l’unico scopo che si persegue, è l’annichilimento dell’altro, senza capire che è parte di sé.
Medea, la tragedia dell’amore perduto, si, l’amore per sé e per la vita che si rappresenta, dalle stragi di bambini all’abuso affettivo, si è contro la vita, sino a distruggere la propria stessa. Da millenni è umano, ma è disastroso, siamo un popolo in cammino, possiamo sempre affrancarci da dinamiche che finalmente capiamo disfunzionali, infondo siamo esseri senzienti.