Siamo a Modena durante il V congresso Europeo EDA con la nostra ricerca, La scuola come fattore di rischio, a supporto di quanto sosteniamo, questa volta riporto l’ultimo, ennesimo caso, quello del piccolo G. E’ venuto al mio studio solo pochi giorni fa, nell’ultimo anno è stato molto agitato, presenta pavor nocturnus, reagisce alla frustrazione con comportamenti autolesionisti, la mattina ha mal di stomaco, vomita. La mamma in un evidente stato ansioso, trattiene a stento le lacrime e mi racconta dei vari eventi luttuosi che hanno colpito la famiglia. Si sono concentrati tutti nell’anno appena trascorso ed evidentemente hanno molto scosso il bambino, non vuole più staccarsi da lei. Le maestre della scuola di infanzia l’anno scorso l’hanno convocata dicendole che se il bimbo mostrava tanta resistenza a scuola era a motivo della forte ansia materna, lei ovviamente era scoppiata in lacrime confermando quella diagnosi alle due professioniste.

Diciamo che le due professioniste erano insegnanti e non psicologhe, diciamo che ognuno dovrebbe svolgere il proprio compito, quello in cui è specializzato, diciamo che seppure l’ipotesi fosse stata vera, uno psicologo si sarebbe ben guardato dallo spiattellarla così a bruciapelo, creando un ulteriore stato d’ansia, nutrendolo con un senso di colpa suppletivo e condendolo con un bell’atteggiamento di rimprovero… Facciamo che ognuno fa il suo mestiere?

A parte queste osservazioni, mi concentro piuttosto sui sintomi, si, gli eventi luttuosi lo hanno turbato, ma lui vomita la mattina, prima di andare a scuola e in queste vacanze i genitori hanno assistito ad una remissione dei sintomi che sono invece ricomparsi con l’inizio della scuola, già, G. ora frequenta il primo anno della scuola primaria. E’ ormai mia abitudine piuttosto che badare ai motivi, vagliare le modalità delle manifestazioni sintomatiche, non è un caso si manifestino in questa o in quella circostanza, in questa o in quella modalità. I sintomi dicono ciò che le parole non sanno dire…

Dunque, le manifestazioni sono comparse durante l’ultimo anno della scuola di infanzia, quello dedicato alla pre-lettura e alla pre-scrittura, attività che a volte vengono intese come leggere e scrivere prima… perché un bimbo che ha sempre frequentato la scuola senza problemi all’improvviso non vuole più andarci? Per i lutti subiti? Beh avrebbe potuto manifestarlo in mille modi, perché proprio nel rifiuto della scuola? Comincio a porre qualche domanda in merito: ‘il bimbo ha avuto in passato difficoltà nell’eloquio? ’ ‘Assolutamente no’ mi risponde la mamma, proseguo, ‘sa allacciarsi le scarpe? Conosce i giorni della settimana’ e così via… G. è piccolo, difficile stabilire se vi sia un effettivo ritardo nell’acquisizione di queste competenze…

Comincio a raccontargli del mio percorso scolastico, di alcune mie difficoltà da bambina, sorride. Gli mostro le mie lauree appese sul muro, gli dico che nessuno avrebbe scommesso un cent su di me, ride con un evidente sollievo. G. mi ascolta con interesse tutto il tempo, difficile pensare sia iperattivo o che abbia un disturbo dell’attenzione, è più di un’ora che parla con me, seduto sulla sua sedia, eppure a scuola si agita di continuo, disturba, è violento… Il ghiaccio tra noi è ormai rotto, accetta finalmente una caramella, mi abbraccia.

G. ai miei occhi è un bel bambino, affettuoso, vispo e curioso. Anche la mamma comincia a distendersi, comincia a capire di cosa sto parlando, di semplici difficoltà che un bambino può incontrare nel processo di scolarizzazione, difficoltà che io stessa ho incontrato ma che certo non hanno precluso i miei studi e poi dopo la mia professione. Finalmente si mette comoda, le sovviene un particolare, G. a volte non trova le parole, quando succede ultimamente si percuote la testa, non pensava potesse rientrare in un disturbo dell’eloquio… effettivamente le prime letterine che ha scritto erano alla rovescia, anche i numeri, lo fa ancora spesso, ha difficoltà nella b e nella d… fatica a distinguere il prima e il dopo, l’avanti e il dietro, il sopra e il sotto… beh, forse le due professioniste di cui sopra avrebbero dovuto notare questi particolari in quanto importanti prerequisiti della lettoscrittura, piuttosto che sanzionare il bimbo e indagare sull’ansia materna… Che dire, forse una bella valutazione logopedica, psicomotoria e di neuropsichiatria infantile ci sta tutta… La notte del nostro primo incontro G. ha finalmente dormito sereno, la mamma anche.

Non ce l’ho con la scuola, anzi, le riconosco, nella strutturazione di un sé saldo e coeso dei nostri bambini, un’importanza pari a quella della famiglia. La scuola non insegna solo contenuti, essa accompagna i piccoli sino all’età adulta, un percorso scolastico fallimentare o particolarmente frustrante, non significa certo solo essere dei cattivi studenti, per i discenti si traduce in una grande ferita nella stima del sé, in un’autopercezione di incapacità ed inadeguatezza che li accompagnerà per tutta la vita, declinandosi in forme differenti a seconda dell’ambiente, ma sempre disfunzionali.
Come rintracciare alcune modalità inadatte nella famiglia, non vuol dire certo volerla distruggere quanto piuttosto volerla rinforzare, così farlo nella scuola, vuol dire solo riconoscerle il suo altissimo potenziale per cercare di sfruttarlo al meglio.