Questo mito, al pari di tutta la mitologia greca, coglie un nodo senza tempo dell’animo umano, una tendenza, una sorta di difesa rispetto al nuovo, al diverso, figlia di paure ancestrali, una difesa che va accolta, elaborata, curata e quindi definitivamente salutata.
Questo mito narra di Procuste, un locandiere che gestiva una taverna fra le colline di Attica dove offriva alloggio ai viandanti. Dietro quella barba e quel tetto amichevole che promettevano riposo e comodità, si nascondeva invece un macabro segreto.

Procuste possedeva un letto dove invitava i viaggiatori a coricarsi. Durante la notte, quando i malcapitati dormivano, ne approfittava per imbavagliarli e legarli. Se la vittima era più alta e piedi, mani e testa le sporgevano dal letto, procedeva a tagliarli. Se la persona era più bassa, la stirava, rompendole le ossa per far quadrare le misure. Questo efferata consuetudine durò per lunghi anni, sinché Teseo, l’eroe che noi tutti conosciamo per aver affrontato il Minotauro dell’isola di Creta, scoprì ciò che quel sadico faceva di notte e decise di sottoporlo allo stesso supplizio che imponeva a tutte le sue vittime…

E’ proprio raccontando questa storia che ho cominciato il mio incontro con gli alunni delle scuole di Lavello questo venerdì 5 ottobre.
Un incontro sui DSA, sulle diversità degli stili di apprendimento che per me, quando parlo con i ragazzi, diviene piuttosto incontro sulla diversità, sulle specificità di ciascuno di noi, quelle che fanno di noi gli esseri speciali, unici che siamo, perché ognuno ha il diritto di essere ciò che è, senza vergogna, piuttosto con l’orgoglio per tutto ciò che riesce a fare con le carte che gli sono capitate…

Procuste dunque siamo tutti noi quando pretendiamo di omologare le prestazioni di ciascuno al medesimo funzionamento, quello normale, stabilendo che normale sia ovviamente il nostro stesso, umiliando, punendo, denigrando, isolando chi non rientra nei nostri parametri, nel nostro letto…
Procuste è ognuno di noi quando costringe se stesso a entrare in quel letto, a voler essere l’immagine che i mass media ci propinano, quando ci costringiamo in una stanza come gli hikikomori perché ci vergogniamo di noi stessi o digiuniamo o ci costringiamo a vomitare o… mille purtroppo le o…

Al termine dell’incontro un ragazzino mi ha detto che non trovava giusto si parlasse tanto di dislessia e affatto delle allergie, alcune di esse potevano invece essere addirittura ‘mortali’. La sua enfasi nell’affermare questo, mi ha fatto capire che lui ne sapeva qualcosa piuttosto direttamente, noi esseri umani siamo così, non conosciamo, riconosciamo…
Gli ho detto che i dolori dell’anima possono essere ugualmente mortali e che in ogni caso si deve aver rispetto per ogni differenza, non è la morte che ne segna il peso ma che comunque lui aveva perfettamente ragione, non sarebbe certo bello, per qualcuno che soffre ad esempio di intolleranze alimentari, sentirsi prendere in giro ed essere estromesso dal gruppo perché non porta a scuola merendine o patatine…  Ogni specificità deve essere riconosciuta come legittima e sacrosanta, proprio per questo avevo iniziato il mio intervento narrando di Procuste, quello che volevo insegnare loro non erano i DSA ma le differenze, l’amore per le differenze, quelle che sole assicurano la vita su questo pianeta.

Ho provato a spiegare che, come già detto, l’esser umano non conosce ma riconosce, riesce cioè a comprendere solo ciò che gli appartiene, ciò di cui ha già una traccia interiore, per cui gli è difficile l’ascolto dell’altro e piuttosto ne interpreta i comportamenti in base ai propri schemi… Il processo logico applicato è: ‘se io fossi in lui e facessi o dicessi ciò, vorrebbe dire che…quindi se fa o dice questo vuol dire che…’ E’ così che, ad esempio, chi legge benissimo, consapevole che se mai non leggesse un capitolo, sarebbe solo a causa del proprio scarso impegno, convinto che sia facile leggere poiché per lui lo è, prende a giudicare il compagno che non ha letto la lezione, convinto che stia inventando un sacco di scuse, in vero non ha nessuna difficoltà, non legge perché è svogliato…

Un po’ come coloro che hanno la fortuna di non conoscere l’emicrania ma solo a volte qualche piccolo fastidio che non impedisce loro di continuare nelle normali attività, difronte a qualcuno che invece si lamenta, prendono ad apostrofarlo dicendogli che fa un sacco di storie per un semplice mal di testa… Non si riesce a capire che chi ci è difronte non sta esperendo il medesimo fastidio che esperiamo noi, è un altro universo e…soffre di emicrania! Il guaio è che applichiamo questo identico meccanismo difronte a tutto ciò che non ci è noto non riuscendo mai realmente a uscire dal nostro piccolo universo per incontrare l’altro da noi. Finiamo così per esperire sempre e solo lo stesso unico mondo in bianco e nero ma, se solo impariamo a credere all’altro, ad ascoltarlo e non ad interpretarlo, allora potremo conoscere in uno, mille fantastici mondi e apprendere in una sola vita ciò che non apprenderemmo neanche in mille vite…