Le parole hanno il potere di creare e noi, al di là di quanto siano formalmente corrette, dovremmo conoscerne meglio l’uso, diventare maggiormente consapevoli di quanto il linguaggio, l’utilizzo di alcune forme piuttosto che altre, ci indichino un modello relazionale ben preciso, al quale obbediamo.
‘Cosa fai nel pomeriggio? ’ ‘Nulla’ ‘Bene, allora se vuoi, mi accompagneresti dal dottore? ‘
Questa frase, formalmente corretta, cela una bella modalità manipolatoria, dovremmo infatti piuttosto chiedere:
‘Oggi devo andare dal dottore, se per caso non sei occupato, mi accompagneresti?
La prima versione, se incautamente l’interlocutore ha risposto di non aver nulla da fare, lo mette con le spalle al muro, si dovrebbe sempre lasciare all’altro la libertà di declinare l’invito, quale esso sia, trovando una scusa!
Ricordo che sin da piccola avevo imparato a rispondere a domande di questo genere, chiedendo a mia volta cosa si volesse da me… A domanda non si risponde con una domanda, si, ma domande così, sono una trappola!
Sembrano sciocchezze ma è ovvio che dietro vi è una modalità che si estende a tutto il nostro modello relazionale, spesso familiare e, il fatto che molti non vi trovino nulla di strano, sottolinea come essi stessi siano stati sottoposti a quel tipo di relazione e di come, a loro volta la utilizzino…
Ancora, alcune frasi, nascondono convincimenti profondi che non poco incideranno sulle nostre inconsapevoli scelte… Ad esempio, affermando la banalissima frase ‘Gli uomini sono tutti uguali’ volendo con questo dire immaturi affettivamente, inaffidabili sentimentalmente ecc. si finirà per cercare esattamente qualcuno con queste caratteristiche, altrimenti non sarà uomo! Ciò vale per qualsiasi categoria che etichettiamo in qualche modo, compiendo ovviamente, un’illecita generalizzazione.
Che si aderisca inconsapevolmente al modello implicito sotteso a tali affermazioni o piuttosto lo si combatta, poco importa, daremo comunque a quel modello lo status di realtà. Tornando al primo esempio, se vorrò combattere la quasi sottintesa liceità dell’assunto che gli uomini siano sentimentalmente inaffidabili, cercherò un uomo con tale caratteristica per combatterla, per renderlo diverso e chiamerò questa sfida ‘amore’…
Amore, altro capitolo delicatissimo, ad esempio, non esistono ‘amori malati’ piuttosto esiste l’amore e la malattia, perché mai chiamare amore quest’ultima, generando confusioni terribili?
Proseguendo questa analisi sull’erroneo utilizzo delle parole, ancora e peggio, vi sono affermazioni del tipo ‘sei un pasticcione’ che compiono un illecito scambio di piani tra l’essere e il fare, io faccio pasticci, non sono un pasticcione, o ancora, io ignoro qualcosa e, se anche fosse più di qualcosa, non sono ignorante…
Se questi epiteti saranno ripetuti nel tempo e a più voci, diverrò ciò che mi si dice e lo terrò ben stretto altrimenti perderò il chi sono io! Non dovremmo mai identificarci con quello che facciamo né tanto meno con quello che abbiamo, sia esso bello o brutto.
Lo ‘io sono’ non può coincidere con elementi esterni, qui tutto cambia, quando quelle condizioni non ci saranno più, chi saremo dunque? Ecco che cercheremo di fermare il tempo… fermarsi ad uno stadio, tecnicamente, si chiama fissazione. Se sono una mamma, ad esempio, e ritengo che questo ruolo voglia dire prendersi cura, guidare qualcuno, saboterò di continuo l’individuazione di mio figlio/a come entità separata da me, con sogni, progetti diversi dai miei…perdendo il ruolo di guida, perderei me stessa!
Qualsiasi definizione si aggiunge allo ‘Io sono’ non può che essere una diminutio, fosse anche ‘io sono il re…’
Sono consapevole dell’estrema semplificazione che sto facendo di meccanismi complessi, ma questo è un breve articolo che vuole essere solo spunto di riflessione tra noi e vorrei concluderlo con un passo di un mio inedito, che ritengo rimarrà tale…
‘Appena a casa mi precipitai sul pc, reciprocità…la prima a saltarmi agli occhi, fu una definizione di Alberoni in merito alla reciprocità in amore ‘La reciprocità d’amore significa che entrambi vogliono assieme ciò che è importante per ciascuno.’ Mi piacque, nei miei amori non avevo mai conosciuto nulla del genere, ma forse, a ben pensarci, non avevo mai conosciuto l’amore. E’ che amore, assieme al rispetto, non ne avevo mai avuto innanzitutto per me stesso. ‘Poco male’, avrebbe detto la strizzacervelli, ‘ora ne hai.’ Mi addormentai con la sensazione che si sperimenta quando ci si imbatte in qualcosa di grande, la stessa che immagino provi uno scalatore quando scorge per la prima volta la dimora delle nevi, le vette dell’Himalaya: il rispetto per se stessi, lo ‘io sono’.
Scivolai nel sonno pensando al So Ham, ‘io sono quello’, il mantra non recitato ma cantato spontaneamente ad ogni nostro respiro. Ogni respiro mi gonfiava ventre e petto di ‘io sono quello’. Quanto diverso era l’io dall’ego, potevo scorgere lo ‘io sono quello’ in ogni forma dotata di respiro intorno a me. Questo ritmo lento e pieno mi accompagnò sin tra le braccia di Morfeo, caro Totò, era dunque ‘livella’ il respiro prima ancora che la tomba…’