“Tutto il comportamento, e non soltanto il discorso, è comunicazione, e tutta la comunicazione, compresi i segni del contesto interpersonale, influenza il comportamento.” P. Watzlawick.
La s-comunicazione webete, consentitemi il neologismo rubato a Mentana, quella che come ogni atto comunicativo, parla di dove siamo più ancora di quel che diciamo, parla dunque oggi del nostro essere arrabbiati, acrimoniosi, spaventati e senza speranza, parla del nostro sentirci senza futuro, incapaci di costruire ma solo, distrutti, di voler distruggere. Un gatto che si morde la coda, una comunicazione che crea ciò che comunica: terra arsa… Il come è più del cosa, signori, e se rialzassimo il tiro?
Se, seguendo Watzlawick che ci ricorda che “Del tutto indipendentemente dal mero scambio di informazione, ci pare che l’uomo debba comunicare con gli altri per avere la consapevolezza di sé”, rimettessimo alla comunicazione quello che questo autore dichiara essere il primo e fondamentale scopo di chi parla, l’essere cioè riconosciuti per potersi riconoscere, e riconoscessimo invece di negare? Forse potremmo, non negando continuamente l’altro, non sentirci a nostra volta negati e, non temendo d’esserlo, smettere di attaccare per primi. Forse i toni della nostra comunicazione si distenderebbero e potremmo cercare di utilizzare il linguaggio, dono degli dei agli uomini, per comprenderci, per accogliere piuttosto che respingere, ascoltare piuttosto che ignorare, lenire piuttosto che ferire, altrimenti, a mio parere, meglio sarebbe, indistintamente, abbaiare, ragliare o ululare…