2. Orlando, qualcuno che si è sempre sentito nessuno


E’ così che sono giunto a questa mattina di venerdì 7 aprile, si apre il sipario.
La sveglia, l’ottavo castigo di Dio, soprattutto dopo una notte passata a rigirarsi tra le lenzuola sino a raggiungere il sonno, esattamente dieci minuti prima di quel suono stridulo, spaccatimpani e cervello…tempo scaduto, è ora di alzarsi.
In bagno lo specchio mi rimanda l’immagine di un volto consumato da notti insonni, a renderle tali quella sensazione di vuoto. Non il vuoto pieno, il pieno vuoto, il vuoto e basta. Un vuoto che risucchia ogni moto dell’anima, ogni energia, persino quella per dormire. Anche per dormire ci vuole un minimo di energia, di presenza a se stessi, quel minimo di fiducia che ci sveglieremo, altrimenti e chi scivola nel sonno? Scivolare…se dovevo cadere lo avrei fatto scientemente, magari buttandomi giù dal balcone ma lo avrei fatto io, definitivamente senza parlarne più. Già, ma anche per quello ci vuole energia e poi, quale peso, quale scrupolo per i tuoi cari? Più facile allora semplicemente non mangiare, non uscire, non dormire, non e basta. Questo non, negli ultimi due mesi mi ha fatto perdere, assieme al sorriso e alla voglia di fare alcunché, una decina di chili. Ma quanti chili bisogna perdere per spegnersi così, semplicemente per consunzione? Ecco, come un eroina dell’ottocento, sarei morto per amore. Ma un maschio può ammalarsi del mal d’amore? Non è dunque una roba per femmine? Ancora una volta aveva ragione Antonietta, come sempre mi ripeteva, a furia di fare cose da femmina, ero diventato tale. Mentre recrimino il mio diritto alla malattia di genere, mi domando se poi è d’amore che si muore o piuttosto di non amore… di non amore, decisamente si muore di non. Un lampo, finalmente un guizzo vitale del mio cervello spento da giorni, ho deciso, farò anch’ io così, morirò di non e nessuno si accorgerà che l’ho voluto io. Con il sollievo di questo convincimento, riesco dunque finalmente a radermi e a vestirmi. Questa mattina, a interrompere temporaneamente il non, la visita presso lo studio di una specialista, me l’ha prenotata un amico, una strizzacervelli femmina, forse l’ha scelta femmina perché io mi sono ammalato di una malattia da femmina…

La strizzacervelli è decisamente femmina, la sua bellezza mi mette subito in imbarazzo, una strizzacervelli non dovrebbe essere così bella. Durante il breve colloquio mi pare anche molto determinata, impavida, atletica, indipendente e persino scanzonata quanto basta per ridere dei suoi e degli altrui drammi, ridere, non deridere. Insomma la mia strizzacervelli pare una specie di maschio specializzato nelle malattie da femmina. Si perché, come mi hanno insegnato, il cuore è da femmine, la forza da maschi, il cervello raro in entrambi e io, ovviamente, non possiedo alcuna di queste qualità. Forse davvero questa dottoressa potrebbe aiutarmi. In realtà durante tutto il colloquio, mentre le spalle mi si stringono nel vano tentativo di toccarsi in avanti per proteggere il cuore nel petto, innalzandosi nel contempo a sfiorare le orecchie in attesa di qualche ‘scorzino ’ sulla nuca, il respiro si ferma poco al disotto della gola per l’ansia e le mani si inumidiscono quel tanto da impanicarmi all’idea di dover stringere di lì a poco la sua, l’unico pensiero che ho in testa, è il non. Lei non ci sarebbe riuscita, eppure, a colloquio terminato, mi ritrovo a fissare un appuntamento per la settimana successiva. Forse semplicemente per seguire il non, non contraddire, non controbattere quella furia, non apertamente, ci sarebbe voluta troppa energia. Il non sarebbe rimasto ostinatamente nel mio petto, ben determinato nella risoluzione di non esserci più per le cose del mondo. Eppure appena fuori da quello studio, il camminare mi appare un po’ meno faticoso, l’aria un po’ più leggera.

Venerdì 14 aprile, comincia la mia storia con la strizzacervelli.
Ben presto il non era tornato in tutta la sua greve spossatezza sino al venerdì del successivo appuntamento con la strizzacervelli. Radersi quella mattina era stato particolarmente faticoso, più volte la tentazione di darmi ammalato e poi quella richiesta, abbigliamento comodo e calze antiscivolo: avrebbero lavorato scalzi. La strizzacervelli era una psicoterapeuta bionergetica, glielo aveva detto come se potesse capire, glielo aveva spiegato quasi la sua testa non fosse stata interamente occupata da un gigantesco non. Avevo capito solo che quello della dottoressa, era un approccio psicocorporeo, ma anche questo, per me era stato poco più che una enigmatica definizione. Alla fine, incapace di non andare, ero andato. A dirla tutta lavorare sul corpo, sulla voce, per quanto faticoso, aveva alzato un po’quello che la strizzacervelli definiva il quoto energetico, questo mi aveva consentito di cominciare a raccontare, pur se tra le lacrime, la storia che m’aveva ridotto così: dopo l’ennesima lite con la compagna dei miei ultimi cinque anni, lei mi aveva piantato, definitivamente. Anni prima mi aveva abbandonato mia moglie, ma ora era anche peggio. Perdere l’amore, quando si fa sera… eccolo lì, come se non bastasse, ci si metteva anche Massimo Ranieri a rendere melodicamente struggente la mia condizione. Perdere, a ben pensarci questo termine assieme ad abbandono e al sei un incapace, si affiancava benissimo al non nella grammatica della disperazione. Ero disperato ma, con le parole di lei, avevo solo una depressione media.

Venerdì 21 aprile il mio delirio di onnipotenza
Più mi raccontavo, più quello specchio dai capelli ramati mi rimandava il mio enorme senso di colpa ‘sei davvero super’ mi diceva sorridendo, ‘tutto dipende da te, tutto quello che accade di male ovviamente, un perfetto deus ex machina del negativo, non è da tutti un tale potere’. Era capace di farmi ridere dei mie guai ma a volte sembrava quasi ne piangesse con me. Presi a sentirmi riconosciuto, profondamente. Il secondo primato che lei mi riconobbe quasi subito, fu quello di essere il primo dei peggiori, il peggiore di tutti, in assoluto, rimandandomi così la mia grande autosvalutazione. Pian piano, tra lacrime e risate gli raccontai della mia infanzia, lei cercava le radici di un così grande senso di inadeguatezza, quelle della mia profonda ferita nell’autostima. Io avrei voluto parlarle solo e sempre del mio grande amore, ma lei mi diceva che chi non ama se stesso, non può conoscere amore, ma al massimo dipendenza affettiva. Beh non diceva proprio così ma il senso era questo. ‘Mezza mela? tutte sciocchezze Orlando, noi non siamo metà di nessuno, al massimo siamo una mela con un’altra mela e, se questa per un motivo qualsiasi non c’è più, non restiamo certo a metà. Una cosa è sentire la mancanza, una cosa è sentirsi mancante’. Ma io, mancante, mi ero sempre sentito.

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