I° Gennaio 2017, è appena terminato il bellissimo Capodanno RAI a Potenza, la città è ancora ebbra di tanta festa, chi lo avrebbe mai detto quel lontano fine anno del 1980? A tutti quelli che iniziano quest’anno tra il dolore, il disagio, la desolazione, vorrei dedicare questo breve racconto della mia famiglia, una storia fatta di sogni, crolli, lutti e di ricostruzioni, perché per tutti noi c’è sempre un nuovo anno, un nuovo giorno…

Via Pretoria, 63: un portone che non vuol morire all’amore, da ‘La città capovolta’ A.A. a cura di Paolo Albano, Editrice Universosud.
Vi narrerò parte della storia di quello che è ora un bellissimo portone di cristallo che la sapiente mano di architetto ha reso, pur nel rispetto delle antiche fattezze, una sorta di caleidoscopio che di apertura in apertura, di vetro in vetro, arriva ad esaltare il chiostro della chiesa di San Michele, posta alle sue spalle. Non vorrei sembrare di parte ma il sapiente architetto in questione, Claudio Pastore, è mio cognato. Il fatto è che la storia di questo palazzo si incrocia con quella della mia famiglia, perlomeno quella degli ultimi quarant’anni. Di certo quando ancora pare fosse foresteria annessa al convento o quando l’otto settembre del ‘43 fu parzialmente demolito da una bomba, ancora nessuno dei due sapeva dell’altro.
Potenza faticò a riprendersi da quel massiccio bombardamento aereo che, durato due lunghi giorni, causò numerose vittime e ingenti danni, ma come ogni cosa, anche la guerra al fine ebbe termine ed ebbe inizio la ricostruzione.
In quel dopoguerra fantastico, teso al meglio che il peggio era passato, al 63 di via Pretoria c’era quello che De Andrè in ‘via del campo’ ebbe a definire il paradiso… e ti sembra di andar lontano/ lei ti guarda con un sorriso/ non credevi che il paradiso/ fosse solo lì al primo piano… al secondo avrebbero detto i potentini.
Si, al secondo piano di quel palazzo si vendeva amore.. ama e ridi se amor risponde/piangi forte se non ti sente/dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fiori. E che fiori erano nati! l’appartamento in questione, molto ben frequentato, era stato ben presto al centro di incredibili leggende metropolitane, si fa per dire…
Quando finalmente negli anni 70, la mia famiglia decise di acquistare i locali del primo piano per trasferirvi il negozio di mia madre, la maitresse del secondo piano ebbe molto a ridire, la Boutique Amica avrebbe attirato in quel portone tante signore, troppe, qualcuna di loro avrebbe potuto riconoscere nel consorte uno dei ben frequentanti di cui sopra.
In vero quell’evento di lì a poco segnò la chiusura di quel paradiso ma la responsabilità non fu della Boutique Amica quanto di investimenti malaccorti della maitresse o qualcosa di simile che le fecero comunque perdere l’appartamento. Dico questo con un certo sollievo, mi sarebbe spiaciuto se l’ombra della disgrazia di quel paradiso fosse ricaduta sul negozio della mia famiglia.
Fu così che nella primavera del 1975 la Boutique Amica si trasferì in via Pretoria 63. Fu un evento: dagli alti soffitti cadevano cascate di cristalli di Venini, al centro, la volta ospitava un enorme affresco del maestro Bruno Darcevia che ritraeva il carro della moda tra dee, putti e giovani ninfe, mentre tutt’intorno copriva ogni muro, un bianco legno sapientemente trasformato in armadi e cabine dalla falegnameria dell’avvocato Marsico, la stessa che aveva creato in un soppalco, su in alto, il regno della sposa
Certo, doveva rimanere segreta a quel salotto sempre così frequentato che ospitava invece abiti delle migliori marche, pellicce, accessori… Quanti giorni avevano visto discutere, disegnare, ridisegnare mio padre, per tanti allora, ancora don Antonio, insieme a don Felice, per poter realizzare ciò che Tonino Vicario, l’architetto del progetto della nuova Boutique Amica, aveva sognato per quel luogo.
La boutique non nacque in quel posto, per anni era stata in viale Marconi in uno dei più begli attici della città ma pur sempre viale Marconi, il passaggio in via Pretoria era necessario. Come era nata? La creò dal nulla mia madre, Agnese D’Amato.
Un libro intero non basterebbe a raccontare di una donna venuta a Potenza verso la fine degli anni ‘50 da Corleto Perticara a dettare per decenni l’alta moda nel capoluogo lucano, rappresentando il fascino dell’haute couture degli anni d’oro della moda italiana, in tutta la nostra regione.
Mia madre aveva vissuto per intero infanzia e gioventù in un paesino dell’entroterra lucano sperduto tra i monti. La sua famiglia aveva spedito fuori, in collegio, l’unico figlio maschio di soli dieci anni, affinchè potesse proseguire i suoi studi, che terminarono in un diploma di laurea che lo trattenne inesorabilmente a fere il medico per sempre in Emilia, ma le due figlie femmine, come era conveniente, restarono nella casa paterna. La prima volta che mia madre vide una spiaggia fu da adulta, grazie a mio padre, l’uomo che veniva dal mare. Pianse difronte a quella distesa di azzurro e d’acqua. Qualche anno dopo, ben decisa a dominare tanta grandezza, si buttò a largo, dal gozzo di un vecchio pescatore addetto al bagno di noi bambini, sotto i nostri occhi attoniti, poteva tramutarsi in una tragedia e invece lei vinse il mare e imparò a nuotare… Con lo stesso piglio affrontò l’avventura dell’alta moda a Potenza, non era certo figlia d’arte, i miei occhi bambini hanno visto la nonna, sua madre, indossare sempre e solo abiti neri, identici, tanto da pensarli uno solo. Non so dunque chi, cosa l’abbia ispirata, so solo che fu un successo che in breve la portò a Firenze, Milano, Parigi…
Le sfilate di Boutique Amica divennero subito una grande attrattiva per la nostra regione, Aba Cercato, Alberto Lupo, Daniele Piombi, questi alcuni dei nomi che vennero a presentare le Naomi Kampbel di allora mentre sfilavano sulla passerella allestita ogni anno al Due Torri. La città aspettava in trepida attesa quest’unica occasione in cui i mariti non disdegnavano di accompagnare le consorti a vedere di moda o forse di modelle, non saprei dire…
Quel mondo dorato era per lo più abitato da raffinatissimi gay e, molto prima dell’attuale insensata diatriba, in anni davvero non sospetti, Boutique Amica aprì le porte al famigerato gender… Eugenio, Carletto e tanti altri, fecero il loro ingresso trionfale nella nostra città tra morbide stoffe e pregiate pellicce. Vicini per sempre alla mia famiglia, ci insegnarono come l’affetto, l’amicizia e il buon gusto, non avessero sesso, al tempo io non avevo più di dieci anni…
Dunque non erano passati neanche quattro anni dall’ insediamento nella nuova sede che giunse improvvisa la sera del 23 novembre 1980 a segnare una delle pagine più dolorose della Basilicata. Quasi come in quel settembre del lontano ’43, un’ala del vecchio palazzo cedette, era quella che ospitava la Boutique. I cristalli, gli arazzi, gli armadi, il soppalco dei bianchi abiti nunziali, tutto in frantumi… ma l’altra ala resistette e con essa mia madre. Gli abiti furono trasferiti nell’ala rimasta agibile, nell’appartamento ora di mia sorella, la vendita continuò lì, in quel che restava di via Pretoria 63.
Gli interventi di ristrutturazione furono immediati e in un paio d’anni l’ala che aveva ceduto fu nuovamente pronta ad ospitare la nostra boutique ma il 24 aprile del ’82 un terremoto ben più forte scosse la mia famiglia e con lei quelle mura. Il portone si vestì a lutto per la morte in un incidente d’auto di mio fratello appena diciottenne. Tralascio e corro perché il fiato ancor mi manca, ma il portone tenne duro e con lui mia madre, quella donna che in tutti i suoi anni ha saputo puntare sull’ amore per la vita sempre, anche quando, farlo, fu davvero duro.
Di nuovo a maggio del ‘90 la terra fu scossa, questa volta fu l’ala che aveva resistito al primo terremoto che cedette. Mia sorella che rientrata da Roma aveva preso a lavorare anche lei in Boutique e ad abitare lì, quel giorno, assieme al marito, dovette scappar via mentre i muri si aprivano, portava in grembo un’altra vita.
Dopo sei lunghi anni, il palazzo tornò al suo splendore e mia sorella con marito e figlioletto, potè rientrare in casa, erano scappati in due, tornarono in tre.
Sono passati ancora anni e anni, mio padre, l’uomo che veniva dal mare, quello che oggi per il suo sguardo al futuro, parrebbe un pronipote piuttosto che un avo, non c’è più, mia madre decisa a trascorrere finalmente la sua vita senza lavorare ma non certo senza vivere, ha chiuso la sua attività e noi, io e mia sorella, ancora una volta abbiamo trasformato questa fine in un nuovo inizio.
Via Pretoria 63, un portone che non vuol morire all’amore. Un portone che da sempre lo ha rappresentato, amore per l’amore, quello sacro e quello profano, per il bello, per il nuovo, per il trasgressivo, sino all’attuale amore per l’altro, per i tanti europei ma anche cinesi, giapponesi, americani, canadesi, australiani, insomma abitanti del mondo, che restano incantati dalle scale in pietra e dall’ antico pozzo, dagli spessi muri, dalle alte volte, dagli affacci in via Pretoria, sulla chiesa o sulla fontana, di quell’appartamento al primo piano di via Pretoria 63, che da abitazione privata, a studio pediatrico e poi a boutique, ora si è trasformato nel Pozzo di San Lorenzo, un raffinato B&B.