Rientrando da Modena sul treno incontro alcune insegnanti che scendono al sud, da Napoli in giù per intenderci. Sono entrate di ruolo quest’anno in Emilia Romagna… Dopo un lungo precariato che le ha viste comunque insegnare nella loro regione, la fatidica immissione in ruolo per loro è finalmente arrivata, si, ma al nord…

Mi si stringe il cuore a guardarle mentre contano persino i minuti che ancora le separano dai loro figli, alcuni appena bambini, altri già adolescenti. Una di loro mi dice quanto l’adolescenza dei figli richieda presenza, ma io, da mamma, lo so bene. Ripenso ai miei primi anni di insegnamento, alla gavetta prima di poter rientrare a casa, a Potenza: cinque, sei anni in giro per i paesi, ma della mia Basilicata. Entrare nella scuola era facile allora, due anni di preruolo e poi il concorso: più posti che concorrenti… Eppure la mia gavetta un po’ mi è pesata: ventiquattro anni, una bimba di quattro. Si, forse anche un po’ in anticipo sul mio orologio biologico, a vent’anni avevo già una bimba. I primi due anni di insegnamento come supplente annuale in un paese dell’entroterra lucano mi vedevano partire all’alba, attraversare un paio di valichi spesso innevati e rientrare solo nel pomeriggio, ma di certo non mi fermavo, a casa avevo lei ad aspettarmi. Poi gli altri tre anni, a concorso vinto, mi hanno visto ancora partire all’alba e rientrare a pomeriggio inoltrato, niente neve questa volta, ma ghiaccio e nebbia la mattina non mancavano mai durante i lunghi inverni che mi hanno vista pendolare. Nulla da dire, i colleghi squisiti, i dirigenti anche, gli alunni poi, sono sempre stati il mio debole, ricordo un anno, la scuola del piccolo paesino in cui insegnavo vinse con me, per la prima e credo l’unica volta di tutta la sua storia,  le regionali di atletica ma a nessuno venne in mente mai che, seppure alle prime armi, seppure i docenti del posto godevano di un’esperienza  decennale, forse non era del tutto giusto che io facessi tutte le prime e le ultime ore per dar loro modo di accompagnare i figli a scuola o rientrare a casa prima per preparare il pranzo. Anch’io avevo una casa e una bimba, per giunta a chilometri di distanza.  Quegli anni sono passati in fretta e rientrata definitivamente ad insegnare in città, a undici anni di distanza dalla prima, ho sentito che finalmente le condizioni mi permettevano di dare alla luce la mia seconda bambina, avevo trentuno anni, ancora in perfetto orario con il mio orologio biologico. Insegnare e fare la mamma mi parve una pacchia, non ero più pendolare. Purtroppo oggi le stesse condizioni spesso si raggiungono a tempo biologico quasi scaduto.

Forse allora sarebbe il caso, oggi che i chilometri che distanziano le mamme dalle loro famiglie sono tanti e impensabili da percorrere quotidianamente, che almeno si prevedesse, per queste donne, il sabato come giorno libero e un orario settimanale che le occupi appieno durante la settimana per lasciarle libere le ultime ore del venerdì e le prime del lunedì,  impedendo inoltre, per loro, qualsiasi impegno scolastico pomeridiano che le veda impegnate il fine settimana così che possano macinare i tanti chilometri di distanza ed avere comunque qualche ora da passare con la loro famiglia. Non può esserci neppure l’una tantum, per loro si tradurrebbe in quindici giorni senza vedere i figli. Un piccolo sforzo per chi è in ruolo da anni per venire incontro a chi invece lo è appena divenuto a centinaia di chilometri da casa. Sarebbe opinabile prevederlo per legge e non lasciare la cosa al buon senso e al buon cuore dei colleghi e dei dirigenti, presi dalle proprie necessità e dai propri dolori, non sempre riescono ad averne. Forse ancora si potrebbero prevedere sconti ferroviari e fitti agevolati per chi è costretto a spendere in questi, l’intero stipendio guadagnato fuori regione, insomma, la crisi non può farci dimenticare di essere umani, piccoli passi per una buona scuola, piccoli passi per chi è già nato e per chi forse avrebbe qualche possibilità in più di nascere…

Napoli, si scende, ognuno per proseguire nella propria direzione, scorgo le lacrime negli occhi della compagna di viaggio che mi è più prossima, ai primi segni della sua città non riesce a trattenerle, fingo di nulla e saluto velocemente, io dal mio canto, non riesco a guardarle…