Se solo potessi portarti lontano, fuggendo dai ricordi terribili che mi perseguitano, su questo treno per sempre, io e te, se solo potessi proteggerti dal dolore di guerre inutili e disastrose, ma il ricordo è importante perché quegli eventi, strappati all’oblio, non si ripetano mai più… con amore infinito, nonna Bruna.

 
Questo 25 aprile voglio ricordarlo con voi con uno stralcio del testamento spirituale di Bruna Dradi, Partigiano della Formazione Brigata A. Tarroni dal 10 giugno 1944 al 10 aprile 1945 riconosciuta dall’ Esercito Italiano con il grado di sergente al comando di nove uomini, di certo la prima donna soldato che la nostra Basilicata ha conosciuto, lo ha lasciato a sua nipote, Vajra Scutari, mia figlia. Bruna ha fatto parte della mia vita e io della sua, entrai nella sua famiglia che avevo quindici anni, narrane oggi la storia è per me un onore e un privilegio. Vi sarei grata se aveste la pazienza di leggere queste pagine fino infondo, la maggior parte del testo è stato scritto di suo pugno, ai tempi degli eventi narrati, Bruna era appena adolescente.
Bruna era nata ad Alfonsine, il 13 luglio del 1927 , sino ad allora era cresciuta lì, nel paese più incredibile che io avessi mai conosciuto.
Si, appena sposata vi ero stata in visita per diversi giorni, ancora lì quello che era rimasto della famiglia di Bruna, i suoi fratelli, zio Uariski, al secolo Antonio, e zia Venusta.
I suoi abitanti erano subito apparsi ai miei occhi come una comunità di bellicosi ribelli, a partire dai nomi delle vie, dedicate tutte ai martiri ed agli eroi della Resistenza Italiana, a quello con cui tutti chiamavano lo zio Antonio.
Non sopravvisse ancora a lungo, il suo sistema respiratorio era rimasto danneggiato per sempre dai lunghi mesi passati in gioventù, in una buca scavata per metri sotto terra, rifugio dei partigiani dai fascisti.
Quegli anni gli avevano lasciato oltre a tanto orgoglio, una bella asma bronchiale 
contro cui combattere per sempre, sino a che un terribile attacco ebbe la meglio su tanto, indomito coraggio.
Ricordo ancora come ognuna di quelle famiglie che conobbi, mi confidava con orgoglio di possedere armi e quant’altro nei loro rifugi rimasti segreti per anni.
Erano pronti a combattere ancora per la libertà se solo ve ne fosse stato bisogno…
In quel paese di ribelli, Bruna era nata da quello più indomito di tutti.
Primo Dradi… Bruna di suo pugno ci ha lasciato scritto così : “ Dradi Bruna nata il l3 Luglio 1927 ad Alfonsine, Partigiano ‘della Formazione Brigata A. Tarroni dal 10 giugno 1944 al 10 aprile 1945 riconosciuta dall’Esercito Italiano con il grado di sergente al comando di nove uomini. 
Avevo 17 anni quando ho deciso di far parte del movimento partigiano. 
Mio padre, Primo Dradi, mi aveva parlato della bruttura, dei disastri, della distruzione e della morte che la guerra stessa provocava. 
Primo era un uomo di grandi principi e dignità con un inflessibile ‘credo ’ nella pace, nella giustizia ed il rispetto. Egli era contro la guerra ‘e la violenza, e desiderava che tutti ed in modo particolare la sua famiglia capissero l’assurdità di queste cose e le ripudiassero. 
Durante la prima guerra mondiale fu chiamato alle armi ed inviato al fronte per combattere contro austriaci e tedeschi. 
Gli ufficiali dell’esercito gli indicavano le postazioni avversarie e dicevano: là c’è il nemico da annientare. Mio padre ci raccontava che il suo pensiero, istintivo, era: io non sparo a persone che non mi hanno fatto nulla di male, che non so neanche chi sono… Vedeva spegnersi sotto il fuoco delle armi e delle bombe i suoi più cari amici, negli anni a venire ogni tanto ci mostrava le loro foto con tristezza, e così la sua avversione per la guerra cresceva. Dal fronte scriveva alla sua famiglia lettere nelle quali 
descriveva gli orrori a cui assisteva e del paradosso di uccidersi l’un l’altro.
Al fronte le lettere dei soldati venivano a caso aperte per ispezionare ciò che veniva scritto, accadde che una sua lettera capitò tra quelle da controllare e così venne prontamente accusato di tradimento. 
Sul campo fu costituito un tribunale per giudicarlo davanti a tutti i soldati e gli alti in grado, per dare l’esempio lo condannarono alla pena di morte mediante fucilazione. 
Come plotone d’esecuzione vennero scelti i suoi compagni d’armi, la scelta più crudele per ferire i sentimenti degli uomini. Quando il plotone di esecuzione fu schierato e gli amici tristi ed impotenti pronti ad eseguire gli ordini per fucilarlo, suonò, forte, l’allarme e le truppe nemiche sferrarono un violento attacco. L’assalto fu anticipato da un intenso bombardamento che prese tutti di sorpresa, seminando morte ovunque, quasi tutti perirono, anche il plotone di esecuzione e gli ufficiali che lo avevano condannato a morte. Mio padre insieme a pochi sopravvissuti rimase illeso, come protetto dalla sua integrità morale ed amore per la pace. 
Le truppe Austro-Tedesche passarono attraverso le trincee distrutte e Primo fu catturato, condotto e recluso in un campo di concentramento sino alla fine del conflitto. Al suo rientro a casa pesava trentasette chili, solo pelle ed ossa, ma con un enorme ideale di giustizia rettitudine e libertà; deciso nel trasmetterlo a tutti noi. 
Mio padre non tollerando le tirannie e le sopraffazioni, ovviamente non cedette mai all’arroganza ed ai soprusi del fascismo anche quando questa dittatura condizionò e prese il sopravvento in Italia.
Sin dalla mia tenera infanzia si affacciano ricordi di resistenza alla prepotenza del fascismo. 
Un giorno, io ero ancora piccola, mio padre, in occasione di una ricorrenza, dimenticò di esporre il vessillo tricolore fuori da casa nostra, fu una dimenticanza, in quanto per quieto vivere in genere 
adempiva a tali doveri. 
Gli squadristi, armati, furibondi per l’offesa, entrarono in casa, lo legarono ad una sedia e iniziarono a picchiarlo, io con mia madre assistevo impietrita alla scena. Un fascista puntò la pistola alla tempia di mio padre e disse: ora ti ammazzo. Mia madre prontamente mi prese, si collocò tra la pistola e mio padre ed urlò: se vuoi ammazzarlo, spara a tutti e tre. Lo squadrista fu disarmato da tanta determinazione e coraggio, frustrato, imprecando e annunziando vendetta con i suoi camerati uscì di casa. Il regime si fece sempre più ferreo, quasi impossibile andare avanti con un padre così, l’entrata in guerra dell’Italia al fianco dei nazisti, diede la botta finale.
Quell’uomo fu infine costretto a nascondersi così come molta parte della popolazione maschile del paese.
Divennero ribelli a tutti gli effetti, guerriglieri, partigiani…”
Bruna prese ad essere una staffetta, ricordo ancora le sue mille storie davanti al camino di inverno.
Mi narrò dell’ansia che forte le stringeva il petto arrestandole cuore e respiro senza che dovesse darne il minimo segno ai soldati che frugavano nelle sue ceste di frutta. Dentro, sotto, vi erano nascoste le armi per i suoi compagni partigiani.
Una volta era stata fermata e interrogata, quella volta per fortuna nessun arma nelle sue ceste, non parlò la giovane Bruna, non lo fece mai.
Con gli occhi ancora pieni di lacrime mi diceva degli orrori che aveva visto in quell’ospedale dove aveva preso a prestare la sua opera, dei bambini, dei volti delle tante mamme a cui aveva dovuto annunciare notizie di morte.
Ricordava della volta che un drappello di militari giunti in ospedale volevano per un loro festino lei e le sue compagne che prestavano aiuto lì.
Protette dal medico si nascosero e quelli portarono via proprio lui.
A salvarlo da morte feroce e sicura, l’intervento di un graduato, quel medico tempo addietro, trovatolo ferito, l’aveva curato a dispetto della divisa che aveva in dosso.
Ancora, la fortuna bendata ci toglie e ci da… “Mio fratello (4 anni più grande di me) aveva disertato, come tanti altri giovani, la chiamata alle armi della seconda guerra mondiale ed aveva scelto di combattere un’altra guerra, quella per la liberazione. Nella mia casa si riunivano clandestinamente gruppi partigiani per decidere il da farsi contro l’occupazione Tedesca. Io facevo da staffetta, portando messaggi nei luoghi stabiliti. Con la mia amica Argia, di notte, vestite di nero per confondersi nel buio, incollavamo i manifesti stampati dai partigiani; manifesti che incitavano la popolazione a collaborare e sostenere la lotta per la liberazione del Paese. La maggioranza della popolazione aderiva agli appelli della resistenza, in particolare le donne che si organizzavano in ‘gruppi di difesa della donna’, gruppi estesi in tutto il paese. Le donne creavano gruppi organizzati di supporto alla resistenza per nascondere i partigiani, sabotare i tedeschi, dare sostegno alla popolazione. Quando c’erano partigiani in fuga le organizzazioni delle donne mettevano in scena finte liti nelle strade, improvvisavano strategie simili per rallentare e distrarre i soldati, perché se i partigiani venivano catturati la loro inevitabile sorte era la tortura e la fucilazione. Organizzare questi gruppi era uno dei miei compiti. Il mezzo di trasporto in quei giorni era la bicicletta, con due borsoni di paglia appesi al manubrio, il fazzoletto intorno al capo come le contadine, nascondevamo armi, munizioni e volantini che ricoprivamo con le mele. Dovevamo spostare e trasportare questo materiale da un rifugio all’altro. Più volte le pattuglie tedesche ci hanno fermato e noi cercando di celare la paura che gelava il sangue in tutto il corpo gli offrivamo le mele situate in cima ad i cesti, c’è sempre andata bene, essere scoperti ci avrebbe condotto ad una tragica fine.
I nazisti, con l’appoggio dei loro alleati, i fascisti, entravano nelle case, cacciavano le famiglie, saccheggiavano, portando via tutto ciò che loro serviva soprattutto generi alimentari e poi senza alcuna misericordia distruggevano e bruciavano ciò che rimaneva, armadi, letti ed ogni altra cosa e poi spesso minavano le case per renderle inutilizzabili; così le famiglie dovevano senza mangiare e senza altri vestiti che ciò che indossavano vagare nei campi o nei rifugi in condizioni pietose. I rastrellamenti periodici non mancavano, persino i vecchi venivano portati a scavare trincee nella parte sinistra del Fiume Senio. Anche mio nonno fu prelevato e mandato a scavare sotto le minacce dei mitra puntati e se qualcuno si ribellava gli sparavano e la gente ubbidiva per non morire. Una mattina lungo la strada i Nazisti fecero trovare 5 giovani, prelevati dalle campagne, sventrati ed appesi ad i pali della luce, nessuno poteva avvicinarsi e dare riposo a quei corpi mutilati, perché dovevano essere un esempio, dovevano trasmettere terrore e dimostrare la forza distruttiva e vendicativa della tetra prepotenza Nazista. Così di notte nelle ore e nei luoghi più pericolosi ho combattuto la mia resistenza spostando armi, volantini, messaggi… Uscire dopo il coprifuoco era pericolosissimo, si portavano messaggi senza conoscerne il contenuto e senza avere altre informazioni in modo che in caso di cattura non si era in grado di parlare e dare notizie precise anche se sottoposti a tortura. Si raggiungevano case di campagna nel pieno della notte, dai casolari usciva una donna che mi raggiungeva e mi abbracciava e durante l’abbraccio gli infilavo il messaggio nel colletto dell’abito. Una notte durante una delle nostre uscite, stavamo attaccando volantini, attente a muoverci nel buio e ad agire nel silenzio, quando un volantino sfuggitoci di mano fu trasportato lontano da una folata di vento proprio sotto un lampione, quei piccoli lampioni che illuminavano il centro della strada dove sostavano le sentinelle tedesche. Il volantino si adagiò ai piedi di una queste, che sorpreso lo raccolse. Dopo lo stupore iniziale, l’ira: urla di comandi in tedesco diedero inizio ad una furibonda sparatoria. Le sentinelle sparavano ovunque nel buio, noi due tra le pallottole riuscimmo a fuggire, ci tuffammo in un fosso putrescente pieno di rovi e di rospi mentre la sparatoria continuava. Le sentinelle sentendosi beffate, scaricavano tutta la loro rabbia sparando alla cieca, e per ore con le lampade cercarono di individuarci, ma la paura, i rovi ed i rospi ci protessero. Mezza Italia era già stata liberata si aspettava che gli alleati, sostenuti dai partigiani liberassero il resto. I giovani in Brigata si spostavano nelle Valli, a noi giovani ragazze il compito di servire la resistenza e dare aiuto alle popolazioni. L’inverno si faceva sentire, i bombardamenti periodicamente lasciavano il triste segno di sangue, così presi a combattere anche un’altra battaglia: assistere chi aveva bisogno, chi era stato colpito, chi stava male, aiutare coloro che venivano cacciati e maltrattati dai tedeschi, i feriti e gli ammalati, tutti vittime dell’insana, dissennata, esaltazione della crudele ideologia fascista e nazista. Il dottor Errani con un altro medico, due infermieri, io con altre 3 ragazze, sentimmo la necessità di organizzare un pronto soccorso occupando il Palazzo Comunale. In ogni stanza, ufficio, si sistemavano in modo arrangiato i letti per accogliere i feriti dei bombardamenti e gli infermi, soprattutto donne, vecchi e bambini. Mancava la luce e ci si arrangiava con lampade a petrolio. Si facevano appelli con volantini e manifesti per creare solidarietà. Ovunque i Tedeschi, i Nazisti creavano morte e distruzione. Ho visto morire bambini, ragazze, anziani. Un bimbo, poco più di un anno con la testa spaccata da una scheggia è morto sulle mie ginocchia, invocava in continuazione, con una tristissima supplica, l’unico sostegno a lui noto, la mamma, ripeteva la parola mamma come una preghiera che lentamente si spense nel silenzio.
Esperia, la figlia del direttore della Banca, colpita anch’essa da un frammento di bomba che le aveva fracassato la parte inferiore del corpo, bella, aggraziata, dolce, piena di voglia di vivere, mi chiedeva dei suoi piedi, se sarebbe guarita, da grande voleva fare la ballerina. Ogni tanto mi chiedeva di allontanare la madre perché doveva urlare a causa del dolore e non voleva che la mamma la sentisse soffrire così tanto: si è spenta tra le mie braccia. Questi gli orrori della guerra a cui ci si ribellava e tutti ci chiedevamo quando sarebbe arrivata la liberazione. I mesi più duri sono stati gennaio, febbraio e marzo del 1945, il mangiare scarseggiava e ci si accontentava solo di piadine fatte con farina acqua e sale. 
Passarono gli ultimi giorni prima del 10 Aprile privi di ogni cosa, i tedeschi ritirandosi avevano distrutto, bruciato tutto, fatto saltare in aria le case, deportato quanti avevano trovato. Quando partigiani ed alleati entrarono in paese, mancavano ancora 15 giorni perché il 25 aprile tutta la nazione fosse libera. Molti giovani si sono sacrificati ed hanno perso la vita per combattere e ripudiare l’orrore della guerra, per scacciare un esercito invasore che portava sterminio e terrore per ribellarsi al fascismo che non aveva nessun rispetto per la vita e per gli esseri umani. Se oggi siamo sufficientemente liberi è perché tanti partigiani con il loro sacrificio hanno bagnato con il sangue il terreno dove sono stati piantati i semi della democrazia. Donare o rischiare la propria vita per garantire la giustizia, il rispetto e la libertà è un grande gesto di altruismo e nobiltà, ed è grazie a tanto coraggio che nella storia dell’umanità la parte più oscura degli uomini è sempre stata vinta e non bisogna permettere che la memoria dimentichi ciò che è avvenuto per evitare che possa ripetersi di nuovo.”
A guerra finita il partito chiese a quelle giovani combattenti in cosa volessero impegnarsi, Bruna scelse di scendere al sud…
Forse tanta distanza dal posto dove aveva vissuto quegli orrori, forse il grande da fare che avrebbe trovato, il poter essere utile questa volta a ricostruire, l’ avrebbero aiutata, se non a cancellare, almeno a sbiadire quei dolori.
Quel che qui dovette patire non fu certo da poco, la Basilicata le apparve straziata se non dalle bombe, dalla grande povertà che quel conflitto le aveva arrecato…
Bruna si dedicò anima e cuore alla nostra regione, la girò tutta, spesso a dorso di mulo. Quando poi infine conobbe Donato Scutari (quello che sarebbe diventato mio suocero, il nonno di mia figlia) e il suo cuore prese a battere anche per lui, lo sostenne nelle sue mille campagne.
Di certo lui fu quello che fu, sindaco, deputato, senatore, proprio grazie anche a lei…
Di Bruna uno dei discorsi più belli che in occasione del 25 Aprile 2008 venne fatto ai giovani della Basilicata. Finiva così: “Finalmente dopo dieci, lunghi, interminabili mesi, arrivò la liberazione. L’entusiasmo per la libertà conquistata fu però offuscato dai tanti lutti che il paese aveva subito, 432 morti tra partigiani e civili, ogni famiglia aveva dato il suo contributo di sangue. I danni e le distruzioni che la guerra aveva arrecato, lasciavano a tutti condizioni di vita disagiate, occorreva porre mano senza indugio alla ricostruzione e tutti insieme ci ponemmo subito all’opera. Dopo la liberazione ci siamo tutti adoperati per ricostruire materialmente l’Italia dalle distruzioni della guerra; ebbene è necessario ora dedicarsi con rinnovato impegno, a sensibilizzare le coscienze dei cittadini e, particolarmente quelle dei più giovani, perché la pace è sempre stato un valore fondamentale.
Dobbiamo, a mio avviso, riappropriarci dei principi fondamentali della nostra civiltà, iniziando proprio dal concetto di Pace e dal rapporto che occorre avere con essa. Quando le differenze si fanno troppo grandi e l’intolleranza assume proporzioni drammatiche, scoppia una guerra. Quando le cause ed i pretesti diventano più importanti dell’inviolabilità della pace, scoppia una guerra. Quando non si riesce a capire più il valore della vita, scoppia una guerra. La pace non è solo uno slogan o una bella parola, la pace bisogna coltivarla, accettarla, la pace è essenziale perché questo è il nostro tempo, questa è la nostra occasione di vivere.”
Poi quella mattina di Dicembre del 2010, mentre curava il suo giardino, quel cuore, vecchio degli anni ma certo di più delle tante passioni nutrite, diede il suo ultimo battito.
Quando la vidi, pareva finalmente dormisse, il sonno dei giusti.
Non una volta i miei occhi hanno visto quella vecchia compagna in pelliccia o ingioiellata come il ruolo sociale le suggeriva, Il suo unico ora fu sempre e solo la medaglia all’ onor civile di cui fu insignita dal governo italiano.