La notte tra il 12 e il 13 agosto 2017 ho fatto il sogno che mi accingo a riportarvi. Ero a Melbourne ed ero a due giorni dal mio rientro in Italia, dopo una quarantina di giorni passati con mia figlia e mia nipote che vivono in Australia, prima in una vacanza wild nel Western di questo affascinante continente, tra squali, coccodrilli, balene, luoghi di potere aborigeni ecc, poi nella metropoli in cui da qualche anno vivono questi miei due grandi affetti. Questo premesso, solo per dire che ero alla fine di un periodo di vacanza in cui le mie elucubrazioni sugli argomenti presenti in questo sogno, erano sospese e in qualche modo lontane.

Al termine del sogno che mi accingo a raccontarvi, ho sentito l’urgenza di condividerlo con le persone a me care, una di queste, amica fidatissima, mi ha convinto dell’opportunità di non lasciare alla sola trasmissione orale il contenuto di quanto sognato, ma piuttosto di scriverlo. Voglio aggiungere che ella, quale persona di studi storici e filosofici, mi ha sottolineato la sua personale distanza da tali metodi speculativi pur rassicurandomi circa la loro presenza in diversi umanisti di fama mondiale. Ritengo che i veri ricercatori siano così, contraddistinti dalla costante apertura a stimoli e suggestioni diverse dalle proprie, spinti dalla curiosità di vedere, piuttosto che dalla volontà di confutare o di far predominare la propria visione sulle altre. L’ho dunque scritto appena rientrata in Italia ma lo pubblico a un anno di distanza, dopo aver letto il romanzo ‘ Lincoln nel Bardo ’ di George Saunders, per me quasi una spinta a parlare di questo argomento…

Dunque, al mio risveglio, avevo questa consapevolezza: Dopo la morte vi è la possibilità di un passaggio ad una diversa dimensione, un universo regolato da altri criteri, che non corrisponde alla dimensione spazio-temporale da noi conosciuta, quindi alla dualità e all’alternanza di stadi contrapposti. In una parola esso corrisponde ad altro, non necessariamente migliore o peggiore, semplicemente, completamente altro da ciò che noi si possa immaginare. Dopo la nostra morte, pur non avendo più un corpo, restiamo precise entità e, perché il passaggio possa avvenire, deve esserci un processo di smaterializzazione e quindi rimaterializzazione in altra forma e in altra dimensione, una sorta di disgregazione e riaggregazione molecolare. Questo passaggio è complesso e, se sconosciuto, terrifico. Il processo comporta sensazioni paragonabili a quelle che a volte, da bambina, vivevo negli stadi ipnagogici (consistevano in vortici di luci abbaglianti e stridori da spaccare il cervello che mi sembravano volessero risucchiarmi separandomi dal mio corpo dormiente e che mi spingeva a pregare il mio Dio affinché tutto finisse). Questa sorta di portale tra varie dimensioni, tra universi paralleli, ubbidisce ai desideri di chi lo attraversa (libero arbitrio) se questi dunque, impressionato dal processo complesso, frastornato, stanco, intimorito, dovesse pensare per un attimo ‘basta’, il portale ne arresterebbe il trasferimento e l’individuo tornerebbe indietro alla sua dimensione di appartenenza (reincarnazione). Questi gli stadi del Bardo, illustrati metaforicamente ne ‘Il libro tibetano dei morti’, per accedere ad un’altra dimensione è necessario dunque volerlo, essere pronti, motivati o avere fede e non aver timore di un processo assolutamente nuovo e destabilizzante, in particolare per qualcuno completamente all’oscuro di ciò che sta accadendo. Conditio sine qua non è, ovviamente, l’aver elaborato la separazione da affetti, abitudini e appetiti terrestri, questi infatti attrarrebbero inevitabilmente l’individuo verso quella dimensione che ne consenta la soddisfazione, così come i conti percepiti in sospeso, il sentire di dover dare o avere, pagare o riscuotere (rimettere i debiti a propri debitori) ricondurrebbe sul teatro dove questo possa accadere, senza accezioni negative, punitive o quant’altro, ma semplicemente per un’ implicita volontà individuale.

Il testo in corsetto è l’esatto contenuto del sogno, quelle tra parentesi, mie integrazioni e interpretazioni. Al termine di questo sogno, che ho avuto l’impressione di sognare a più riprese nella stessa notte, quasi dovessi averne ben presente i contenuti al risveglio, avevo dunque la chiara conoscenza di una plausibile spiegazione della possibilità, dopo la nostra morte, di un’eventuale passaggio di dimensione, o piuttosto del nostro scegliere di restare nella medesima di provenienza. Il sogno non era uno di quelli classici, con una vicenda, una trama, con immagini, protagonisti ecc, non saprei neppure io dirvi quale fosse la sua forma, non vi era qualcuno che mi narrava quanto appreso al suo termine, semplicemente emergevano in me queste nozioni. Questo in realtà mi fa pensare ad un materiale accumulatosi nel tempo nel mio cervello che, ad un certo punto, ne ha elaborato inconsciamente una sintesi alla quale io non ero mai pervenuta prima consapevolmente, una sorta di illuminazione.

In qualche modo infatti questa spiegazione venutami in sogno, risponde a molti quesiti che mi sono da sempre posta, risente delle odierne teorie degli universi paralleli, della fisica quantistica ecc, del cristianesimo in merito al libero arbitrio, all’arresa, alla fede ecc., del buddismo ed altre religioni orientali per quanto riguarda la reincarnazione, il karma, la ruota delle morti e delle rinascite e, sopra tutti, in merito agli stadi del Bardo descritti nel Libro Tibetano dei Morti. Il Bardo è infatti supposto essere l’intervallo di tempo tra la morte, una nuova rinascita o l’illuminazione, asseconda le nostre personali propensioni. L’insegnamento fondamentale che il Bardo Thodol da al morente è che tutte le visioni che gli appariranno sono solo proiezioni della sua mente e che quindi egli deve assolutamente evitare di esserne attirato. Ciò che ho sognato mi pare riguardi esattamente questo stato, risente inoltre, ovviamente, di teorie psicologiche e vari approcci psicoanalitici di mia conoscenza, dalla coniunctio oppositorum di junghiana memoria alle teorie gestaltiche, di scrittori e filosofi incontrati nel mio percorso, di mille vicende affrontate con i miei pazienti, insomma è un summit delle mie esperienze e dei miei studi in merito a questi argomenti, per rispondere ai mille interrogativi che continuamente in quest’ambito mi pongo. Questo per dirvi che sono la prima a non interpretare questo sogno come una rivelazione soprannaturale, che non è mia volontà proporne il contenuto come un ‘vero’, che non ho nessuna intenzione di difenderlo o argomentarlo, ma che semplicemente ho ritenuto condividerlo con quanti leggeranno.

Vorrei aggiungere, nella completa consapevolezza che quanto vado integrando si sostanzia di alcuni miei convincimenti profondi, legati alla mia educazione e ai miei vissuti personali, che io ritengo, pur nell’assenza di concetti come ‘bene’ o ‘male’, di giudizi di valore e quindi fuori dalla logica di premi o punizioni, che resti in piedi il discorso del livello di coscienza raggiunto e degli obbiettivi che esso ci permette di conseguire. Sin da giovanissima mi chiedevo il senso di alcuni percorsi che a me parevano circolari: l’obbiettivo coincideva con il punto di partenza… Mi spiego meglio, tanto sforzo per imparare a pensare, per essere sempre più sottili nel farlo, per poi giungere a fermare il pensiero, non era dunque lo stesso risultato di chi non pensa affatto? Tante battaglie portate avanti con determinazione e sacrifici per giungere infine all’arresa, non sarebbe dunque stato meglio non combatterle affatto? Se era vero tutto e il contrario di tutto, allora perché perseguire quello che consideravo ‘bene’? Cosa diavolo era l’azione nell’inazione? Oggi ritengo che chi non si sia esercitato al pensiero, non possa giungere a fermarlo poiché non sa neppure cosa sia, che chi non abbia combattuto, non possa conoscere l’arresa ma solo l’immobilismo, la passività e con essi l’acrimonia di chi si percepisce vittima, che chi non abbia conosciuto paura non possa conoscere coraggio, insomma, una sorta di continui viaggi dell’eroe: ciò che è diverso non è il punto di arrivo ma colui che vi fa ritorno dopo tanto aver camminato. Così come il concetto del necessario ‘distacco’ dagli affanni e dagli appetiti di questo mondo, non è una questione di rinuncia ma una questione di superamento. La rinuncia in sé si riferisce a qualcosa che attrae e continuerà a farlo, il superamento si riferisce invece a qualcosa che, in un processo evolutivo, dopo essere stato esperito, vissuto, goduto, ad un certo punto non attrae più semplicemente perché è il tempo di procedere oltre. La natura stessa del nostro ciclo vitale conduce armoniosamente a questo mentre il restare attaccati ad uno stadio precedente dello sviluppo, ciò che tecnicamente in psicologia viene definito ‘fissazione’, impedisce il normale progresso del processo evolutivo.

Per onestà mentale devo dire che, pur se, come affermato all’inizio, non intendo minimamente presentare questo sogno come un ‘vero’, personalmente lo ritengo plausibile e di sicuro ne farò tesoro, questo il motivo per cui ho ritenuto condividerlo.

E’ chiaro che ognuno ha la sua strada ma quelle degli altri possono illuminare la nostra, io personalmente ho avuto la fortuna di tanti splendidi fari nella mia vita…