“longe præstantius est præservare quam curare.”
(Bernardino Ramazzini, De morbis artificum diatriba)

Prevenire è meglio che curare, già, ma da una parte curare e più redditizio, dall’altra, prevenire richiede attenzione, lungimiranza, coraggio…
Se questo è vero per ogni evenienza, con i bambini, data l’estrema plasticità del loro sistema, dovuta proprio alla giovanissima età, lo è ancora di più. Eppure, almeno per alcune cose, proprio con loro, non adottiamo prevenzione: …non parla? Parlerà! E poi, è impacciato? Crescerà! Non legge? Leggerà! E poi… e poi per quegli stessi professionisti, prima così rassicuranti, all’improvviso, appena quel bambino raggiunge l’età in cui ritengono che i fanciulli possano essere vessati, diventa asino, imbranato, ritardato… Eppure i segni di un lieve disagio, vi erano ben prima, si sarebbe potuto procedere ad un iter logopedico per il disturbo di linguaggio, ad un potenziamento dei prerequisiti della letto-scrittura, a della psicomotricità per l’impaccio motorio ecc., il tutto già dalla materna.
Spesso alla paura e all’ignoranza dei genitori, fa eco una assolutamente non plausibile ignoranza dei professionisti che non si avvedono per tempo dei segnali, o peggio, laddove se ne accorgono i genitori, provvedono a rassicurarli con un imperdonabile superficialità, tacciandoli piuttosto di apprensione.
Dopo un lavoro di divulgazione di decenni, ancora ti capita di assistere a genitori che, timorosi del giudizio dei compaesani, rifiutano una diagnosi di DSA per il proprio figlio, o a pediatri che difronte ad un bambino, inviato dalle insegnanti poiché al secondo anno di primaria ancora non sa leggere, dichiarano che è meglio aspettare un altro po’…Di grazia, aspettare per cosa? Perché patisca ludibrio? Perché si radichi in lui la consapevolezza di non essere adeguato? Perché impari ad odiare lo studio? O magari perché si instauri una bella fobia scolare?
Signori, poniamo un primo distinguo tra una diagnosi di DSA ad esempio, ed un intervento di rinforzo?
Se è vero che si procede a diagnosi quando il bimbo, dopo un paio di anni di esposizione alla lettura, non ottiene i risultati attesi, è altrettanto vero che si può procedere ben prima a una consulenza e ad eventuali iter di potenziamento, anzi, una diagnosi, si dovrebbe fare solo dopo questi interventi preventivi, qualora le difficoltà permangano.
Personalmente ho provveduto, ravvisando alcune difficoltà in mia figlia prima, nella mia nipotina ben dopo, ad agire in entrambi i casi sin dalla materna. Con la prima l’intervento precoce non ha evitato una diagnosi ma ha fatto si che, nonostante la severità del disturbo, mia figlia negli anni potesse ben compensare raggiungendo per tempo e con il massimo dei voti la sua laurea magistrale.
Per quanto riguarda la seconda, mia nipote, vorrei citarvi un breve passo da ‘Banchi fuori misura’ che riguarda la sua storia ‘…la bimba mostrava sin da piccola una vivacissima intelligenza, il suo eloquio era stato subito spedito, il suo vocabolario ricco, solo una cosa attirava la mia attenzione: a volte invertiva le sillabe nel pronunciare alcune parole, cogio per gioco, tevelisione per televisione e così via. Poco male a tre anni, ma per lei vi era familiarità: nonna, zia e papà con DSA. Così presi semplicemente a tenerla sott’occhio. Aveva cominciato prestissimo il suo percorso scolastico, prima nel nido, quindi alla scuola di infanzia. Da sempre era la prima nelle varie attività proposte, ma l’ultimo anno aveva preso a non andare a scuola volentieri come un tempo, mostrava frequentemente sintomi come mal di pancia ecc. Le maestre cominciarono a lamentare la sua eccessiva vivacità, sino a ritrarla come un leder in negativo. Durante le vacanze di Natale di quell’anno, la piccola mi confidò che avrebbe voluto mettere una bomba sotto la sedia di una delle maestre, e per me fu abbastanza. Mi informai circa le attività che stavano svolgendo in quel periodo: pregrafia. Inutile dire che avrei qualcosa da obiettare circa il senso che le sue maestre davano alla pregrafia, per loro era semplicemente cominciare a scrivere prima. Le lettere che tracciava sui fogli erano alla rovescia, a specchio per intenderci, confondeva la ‘pancia’ della d con il ‘sedere’ della b e non manteneva il benché minimo allineamento nel rigo. Chiaro segnale di un orientamento nello spazio non ancora adeguato, chiaro ma evidentemente non a chi avrebbe dovuto saperne molto di più su questi elementari presupposti. Provai a dire alle maestre che potevamo trovarci difronte ad una difficoltà specifica, la loro risposta fu che la bambina, semplicemente disordinata, pasticciona ed irrequieta, disegnava spesso figure umane con le braccia aperte, chiaro segnale che il problema risiedesse nella sua sfera affettiva. A loro parziale discolpa, voglio dire che la maggior parte dei docenti e più in generale delle persone, è mossa dal riconoscimento delle buone capacità intellettive dei bambini e dal ritenere che ricondurre le difficoltà che incontrano a note caratteriali piuttosto che a disabilità specifiche, li tuteli dal mettere in dubbio la loro stessa intelligenza. Ciò, però, non può scusare l’ignoranza di persone di scuola in merito a fenomeni studiati in Italia ormai da più di trent’anni, oggi addirittura tutelati con una legge nazionale e largamente diffusi dalla stesura di specifiche linee guida.
Presi a lavorare con lei con tutta una serie di giochi corporei che miravano all’acquisizione dei concetti di ‘avanti’, ‘dietro’, ‘sopra’, ‘sotto’ ecc., quindi alla manipolazione delle letterine con la pasta di sale e poi grandi disegni al muro dove il basso era il basso del suo corpo perché doveva piegarsi e l’alto, l’alto del suo corpo quando era costretta a sollevarsi in punta di piedi. Insomma, tutta una serie di attività giocose che la vedevano percepire nel corpo quei segni che poi avrebbe dovuto trasferire sul foglio, pregrafia appunto. A fine anno scolastico per me la bambina non era pronta ad affrontare la primaria, il suo rapporto con la scuola non era migliorato, anzi, scordava libri e materiale vario a casa, in classe a dire delle maestre disturbava continuamente. Era dei primi di gennaio, si poteva ritardare il suo ingresso alla primaria, provai a proporlo, ovviamente con il suggerimento di un cambio di scuola di infanzia perché, vedendo andar via la maggior parte delle sue amiche, non vivesse la cosa come una sorta di ‘bocciatura’ e poi perché avevo da ridire sui metodi di insegnamento adottati in quell’istituto. Fu chiesto a lei cosa preferisse fare, scelse un altro anno di asilo, e questo dovrebbe dircela lunga sulla percezione che già aveva di sé come scolara. Non fu semplice convincere nessuno, per prime le maestre della nuova scuola di infanzia, che avrebbero voluto inserirla al primo anno della loro primaria per non farle perdere un anno. Perdere cosa? Qualcuno mi spieghi la fretta di cominciare il percorso scolastico, io non ho mai capito che tipo di medaglia finisca in petto ai genitori dei famosi ‘anticipatari’. Puntai i piedi: era mia nipote, potevo permettermelo. A settembre cominciò nella nuova scuola di infanzia. Immediati i primi risultati: naturale, era più grande della maggior parte dei compagni, ripeteva un percorso già fatto e aveva eseguito un trainer di potenziamento circa i prerequisiti della letto-scrittura. Fu subito la prima della classe. Al primo incontro scuola-famiglia era già descritta come il leder in positivo, un’eccellenza, ciò che è rimasta per tutto il tempo a seguire in quella scuola. Non è dunque mai giunta a diagnosi. Non so e non mi interessa se abbia o meno un Dsa, se l’abbia compensato, se era un falso positivo, so solo che per un pelo non è andata in sofferenza e che ci siamo evitati un percorso scolastico che di sicuro sarebbe stato una guerra sino almeno alle superiori e che, come tutte le guerre, avrebbe lasciato profonde cicatrici.
Se solo ci fosse da parte del personale scolastico, maggior competenza e attenzione assieme a minor supponenza e pregiudizio, molti dei nostri bambini se la passerebbero meglio. Se solo ci fosse meno ansia e paura delle differenze da parte dei familiari e, piuttosto che ignorare i primi segnali li si accettasse e si ponessero in atto strategie mirate, eviteremmo l’istaurarsi di un quadro psicologico ben più severo delle difficoltà in sé. Se solo la nostra società fosse meno competitiva e più inclusiva…
La mia nipotina dal carattere amabile, solare, generosa, spiritosa, che eccelle oltre che a scuola, nel pianoforte e nel disegno non meno che nel nuoto o nel basket, se solo costretta tra i banchi un anno prima, non avrebbe mai potuto esprimere questi altri talenti, obbligata a rinunciare a tutto il resto per rincorrere una scuola che l’aveva già stigmatizzata alla materna. Troppi ne vedo nel mio studio, di bambini tristi, svogliati, demotivati, privi di iniziativa, oppositivi e, soprattutto, privi di fiducia e stima di sé.
La sua strada è ancora lunga, chissà se seguirà lo sport, la musica, l’arte o proseguirà nello studio della chimica come ora dice vorrebbe fare o altro ancora, qui nessuno vuole geni, ma solo bambini e poi persone felici!