9. Alessandro, il primo caso di un maschio


Neanche a farlo apposta, dopo i primi cinque casi, ne giunse uno, quello di un ragazzo, era uno solo ma aveva un nome e un’identità precisa, subito provai il desiderio di conoscerlo..
‘Ti invio il caso di Alessandro, noto con le sue generalità per una vicenda scolastica che, per suo volere, è apparsa sui quotidiani regionali. Alessandro, afflitto da una severa balbuzie post traumatica dall’età di 6 anni, venne al mio studio accompagnato dalla logopedista che da anni lo seguiva e che riscontrava in lui uno stato di sofferenza psicologica sempre più preoccupante. Ale aveva all’epoca 18 anni ed aveva appena preso a frequentare il quarto anno delle superiori, dopo aver ripetuto il terzo. Voglio tralasciare la grande incompetenza con cui il ragazzo è stato seguito dalla maggior parte dei suoi docenti, sino alla sua mancata ammissione agli esami di maturità l’anno seguente, con tutto quello che questo ha comportato. Non voglio soffermarmi sul difficile percorso svolto in terapia, rispetto ad un ragazzo che presentava una problematica tanto evidente quanto inficiante nelle relazioni interpersonali quale la balbuzie. Avevo una tale disperazione nel cuore, paura, rabbia. Respingevo chiunque con la stessa forza con cui mi sentivo respinto. Li odiavo. La mia voce, costretta da tanta rabbia e paura mi si strozzava in gola. La parola, la parola stentava ad uscire, certo, potevo pensare alla respirazione così come in anni di logopedia mi avevano insegnato, ma poi non c’ero più in quel che dicevo, piuttosto un automa, prendevo ad essere nell’esercizio del parlare. Parlare ma poi perché, con chi? Quel giorno in classe la prof prese a farmi il verso ‘Di-di di-cci, racco-racco-racco-ntaci que- que questa da- da- dannata stor-stor-storrrria e torna al tuo posto!’ Avevo dodici anni, avrei voluto piangere ma sarebbe stato ancor peggio, lì davanti a tutti i miei compagni. Presi a sperimentare l’odio, non la rabbia, l’odio puro… Ben presto mi resi conto che, oltre al quadro evidentemente legato al suo deficit nell’eloquio, Alessandro mostrava delle difficoltà di orientamento spaziali molto severe e per me evidentissime. E’ su queste che voglio in questo caso porre l’attenzione. Difficoltà nell’orientamento spaziale non riconosciute come tali e piuttosto sanzionate come disattenzione ecc., creano un severissimo quadro di insicurezza. La paura di perdere, di perdersi, è da sempre, nell’immaginario collettivo, una delle più grandi paure dell’uomo: perdere il treno, perdere l’aereo, perdere l’occasione della propria vita, perdere l’amore, perdere i propri cari, perdere la ‘diritta via’, perdere la vita… e potremmo continuare all’infinito. Chi ha difficoltà nell’orientamento impara ben presto l’ansia di chi non riesce a ritrovare la strada di casa e questa facilmente nel tempo insegna a non muoversi mai troppo, mai troppo da soli. Inviai Ale a diagnosi, si perché data la sua giovane età era possibile farlo diagnosticare dal SSN , questa confermò i miei sospetti: severo deficit di orientamento spazio-temporale, disgrafia, disortografia, discalculia, oltre ad un severo deficit nella memoria, ovviamente in presenza, di contro, di un elevato Q.I. Dunque, cosa avevano visto i suoi docenti in anni di scuola? Non individuare le difficoltà specifiche, vuol dire non insegnare strategie individuali compensative, proporre sempre e solo le stesse impossibili da attuare per il soggetto, aggravare ineluttabilmente la sua percezione di inadeguatezza nel mondo e, peggio di tutte, impedirgli di trovare autonomamente il proprio modo di orientarvisi. Mi spiego meglio: ho dovuto lottare con tutte le mie forze affinché Alessandro trovasse e mettesse in atto le sue strategie compensative, lottare per convincerlo che le aveva, per forza, perché ciascuno ha le proprie.
Negli anni la scuola, sanzionandolo puntualmente quando le metteva in atto, lo aveva completamente bloccato. Alessandro mostrava un deficit nella memoria impressionante, dimenticava informazioni appena apprese. Ancora, come è possibile in tanti anni a scuola nessuno se ne fosse reso conto? Per mesi è risultato vano ogni mio tentativo a spingerlo a prendere appunti, scrivendoli magari sul suo telefonino o registrandoli o in qualsiasi fosse la maniera a lui più congeniale. Impossibile fargli costruire mappe riguardo a ciò che studiava, cosicché, consultandole quali tracce mnestiche, lo favorissero nel ripescaggio delle informazioni nella memoria a lungo termine. A scuola non gli era consentito di avvalersene, così aveva imparato ad appiccicarsi in testa tutto all’ultimo momento, per vomitarlo, oltretutto balbettando, all’insegnante di turno, per poi perdere completamente quelle informazioni e dover rifare lo stesso identico procedimento ancora e ancora all’occorrenza. Non parliamo più della scuola, ma della propria vita. Ale era incapace di orientarsi nei luoghi, dimenticava la gran parte delle informazioni acquisite ed utilizzava all’estremo delle sue forze strategie impostegli e completamente inutili, inadeguate al suo sistema e, ancor peggio, dannose per lui. Orlando, voglio confidarti qualcosa che riguarda me personalmente e, mi dispiace, ho ancora molta acrimonia rispetto a questo argomento: la furbizia. Nella mia vita ho avuto tante fortune, ma la prima, la più grande riguarda il mio ambiente familiare, nello specifico mia madre. Mia madre non aveva potuto concludere i suoi studi in un paese dell’entroterra lucano in un tempo in cui le figlie femmine non venivano inviate fuori a continuare il loro percorso scolastico.
Spinta da una grande curiosità intellettiva, aveva imparato il tanto che sapeva, oltre i primi rudimenti che le avevano impartito alle elementari, da sola. Sue tutte le strategie che aveva utilizzato nel farlo, calibrate alle sue capacità, alle sue risorse. La grande umiltà in questo settore e la consapevolezza di non sapere il metodo ‘giusto’, non la spinsero mai a giudicare quelli che io istintivamente adottavo. Animata da quel buon senso contadino che mirava prima di tutto ai risultati, mi insegnò tacitamente a fare altrettanto. Nel tempo, sebbene tutte le mie tattiche mirate a compensare le mie difficoltà mnemoniche, lo scarso orientamento spazio-temporale e la difficoltà con i fatti numerici, venissero sanzionate dalla scuola e definite ‘imbrogli’ (bigliettini, riassunti, mappe, definizioni scritte su gambe, mani, banchi, bordo lavagna e via dicendo), mentre le mie capacità intellettive venivano mistificate in ‘furbizia’, ‘scaltrezza’, lei non pensò mai di sanzionarle come i miei insegnanti avrebbero voluto. Lei e mio padre sorridevano a quelle che per loro furono sempre e solo bravate, ‘peccati veniali’, come il nonno materno soleva definire tutto ciò che per lui non era da punire: la maggior parte delle cose. Nella mia lunghissima relazione con il nonno, non ebbi mai modo di assistere ad un peccato giudicato da lui ‘capitale’, in realtà non credo nella sua lunga vita ve ne siano mai stati. La scuola non si domandò mai perché, pur perdendo lo stesso tempo (invero molto di più) che avrei speso nell’imparare i contenuti richiestimi seguendo le modalità da loro insegnatemi, io lo spendessi in ‘stratagemmi’. Fu così che, nonostante la scuola e il suo costante tentativo di spegnere il mio ingegno, potetti, se non ancora capire come funzionava il mio cervello, almeno capire istintivamente di cosa necessitasse per elaborare i dati. Oggi tutta una branca delle neuroscienze si occupa dei meccanismi di apprendimento, ma la loro conoscenza e quindi la loro individuazione nei discenti, mi spiace, non è compito della medicina, ma della didattica. Capire come capisce un bimbo per poterglielo insegnare, è compito di quel insegnante che lo osserva imparare in classe per ore, giorni, mesi, anni. Non è dunque necessario sapere come ‘si capisce’ e come ‘si impara’, ma come capisce e cosa è utile a lui per imparare. Termometro di quanto si stia procedendo bene, non deve essere il sacrificio quanto piuttosto la facilità nell’eseguire il compito. E’ il piacere e la passione che ci fanno passare ore in quel che stiamo facendo, con la percezione che siano invece minuti. Piuttosto che insistere su un fantomatico ‘modo giusto’, medicalizzando, quando va bene, chi non riesce ad utilizzarlo e inibendo nel contempo per sempre le sue specifiche abilità, sarebbe meglio indirizzare ciascuno verso un proprio metodo. Così quell’asina che allora ero io, quella furbona, quella persona assolutamente non portata per gli studi, quella ancora oggi giudicata da qualcuno (che peraltro neppure lontanamente ha raggiunto nel sapere i suoi stessi risultati) come una persona che non ha metodo, solo perché non utilizza il suo, oggi spende la maggior parte del suo tempo sui libri, a scrivere e ad imparare. E’ necessario che i docenti del terzo millennio posseggano, tra i loro strumenti, quelle competenze in neuroscienze che riguardano il meccanismo di apprendimento-insegnamento delle varie abilità richieste, trovandosi continuamente a condurre un gruppo-classe, debbano avere competenze nella psicologia di gruppo, oltre a conoscere le caratteristiche auxologiche e psicologiche delle varie fasi dello sviluppo fisico e intellettivo dei ragazzi affidatigli. Un docente non è un matematico o un letterato, il suo compito non è sapere, quello è solo un imprescindibile presupposto. Il suo compito è saper insegnare ciò che sa. La sua competenza si misura in base ai risultati ottenuti con quanti hanno delle difficoltà, non a quelli ottenuti con chi, in fondo, con le opportunità di apprendimento odierne, potrebbe addirittura fare a meno del suo intervento. Deve essere un facilitatore dell’apprendimento, non un censore di strategie ma, a queste competenze che deve possedere, è necessario corrisponda un proporzionale riconoscimento sociale del suo ruolo piuttosto che lo svilimento a cui assistiamo oggi. Ritorniamo ad Ale, l’ho seguito a lungo, potremmo dire che l’ho ‘adottato’, individuate le sue capacità sul pc (ovvie, visto che per anni è stato il suo unico mezzo di comunicazione nel chiuso della sua stanza, chattando con compagni sconosciuti che nulla potevano sapere della sua balbuzie, ed evitando così il pericolo di un mondo fisico in cui perdersi) come quelle grafiche pittoriche, l’ho spinto a iscriversi ad una scuola di fumetto. I suoi primi successi come grafico, web master ecc. hanno cominciato a nutrire una stima di sé prima inesistente e pian piano il faticoso viaggio verso l’autonomia è cominciato anche per lui. Diagnosi alla mano, ha potuto affrontare i suoi esami di stato da privatista, utilizzando pc, mappe e quant’altro servisse, con un corpo docente devo dire di eccezione. I primi risultati si sono mostrati già il terzo giorno delle prove di ammissione, ovviamente tenute presso la scuola in cui poi ha sostenuto con successo gli esami, in un paese piuttosto distante. Ale vi è andato in macchina, da solo, superando quella paura di perdersi che sempre lo aveva impedito nei suoi spostamenti. Mi ha spiegato che i due giorni precedenti, accompagnato dal padre, aveva fotografato ogni incrocio e con quelle foto si era dunque costruita una mappa in cui lui sapeva orientarsi, quindi poi vi era saputo arrivare da solo. Era bastata un po’ di fiducia dimostrata da quel corpo docente, affinché si cimentasse in strategie sue proprie! Il percorso di Ale è ancora lungo, come quello di ogni ragazzo, ma il suo viaggio è finalmente cominciato. Ha superato il test per l’iscrizione al DAMS di Bologna, ha sostenuto il suo primo esame in ‘filosofia della musica’, ottenendo il massimo dei voti, e nel frattempo, con un suo lavoro, ha vinto il premio ‘logo innovativo’ nel concorso indetto dall’AVIS del suo paese di origine. Ad oggi è iscritto al terzo anno, è perfettamente in regola con gli esami previsti dal suo percorso di studi, lavora sul sito del teatro comunale di Bologna e la sua balbuzie è in evidente remissione, ma anche se non lo fosse stata, ha imparato che ognuno ha un suo sistema, che ognuno può farcela proprio così come è, che ognuno è prezioso in sè. Con tutta probabilità, Alessandro sarebbe stato un adulto fortemente problematico e il tutto sarebbe stato ascritto solo alla sua balbuzie.’ Dopo aver letto di Alessandro, pensai a lungo a quanto può bastare così poco per salvare o condannare qualcuno, a quanto la strizzacervelli avesse ragione in merito al grande potere che l’istituzione scolastica aveva sulla vita di ciascuno, nel bene e nel male.

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