8. I primi 5 casi


In questi primi cinque casi che ti invio, questo fenomeno è apparso evidente. Prima di passarti i numeri, voglio che tu legga la loro storia in merito alla nostra ricerca. Perdonami se non sorriderò come sempre faccio, ma mi parrebbe di farlo alle loro spalle, io rido con loro, non di loro. Ovviamente tutto quello che ti dirò ha ottenuto il loro consenso, quello che tacerò va taciuto.
Sono Simona, insegno scienze in una scuola primaria di secondo grado, viaggio ogni giorno, sono ancora precaria. Ho cominciato a lavorare un po’ tardi, quando i miei primi due figli sono diventati grandicelli, poi è arrivata la piccola che già facevo avanti e indietro ma questa volta non me la sono sentita di abbandonare i miei sogni di una autonomia lavorativa. Sono giunta in questo studio perché ero stanca. Stanca di viaggiare tutte le mattine. Stanca di combattere con la scuola dei miei figli, il più piccolo è dislessico e il grande è al limite dall’ esserlo. Stanca della piccolina che mi stava appiccicata come un francobollo. Stanca di un marito che mi rinfacciava di non avere polso quando era lui il primo ad approfittarsene. Stanca di non sapere dire no, ai miei suoceri, ai miei, ai colleghi, alla dirigente, persino ai bidelli. La sensazione di inadeguatezza mi perseguitava, a scuola, a casa, ovunque. Avevo chiesto sempre molto a me stessa per dimostrare il mio valore, avevo cercato di accontentare tutti, ma tanto non era mai bastato, ora volevo solo spegnere a sera la luce e non rialzarmi più. Simona era giunta al mio studio per uno stato depressivo piuttosto severo, proprio come te. In questo caso sono stata tra l’altro agevolata nella mia ipotesi dal fatto che due dei suoi figli mostravano difficoltà di apprendimento, uno con una vera e propria diagnosi, l’altro con difficoltà presenti ma che non raggiungevano le 2 deviazioni standard, limite stabilito affinchè venga fatta una diagnosi. Sapendo della familiarità di tale disturbo, ho insistito nell’indagine in questa direzione che a primo acchito avrebbe potuto sembrare inopportuna, dato il lavoro che la paziente svolgeva.
Quando iniziammo ad indagare nel mio passato mi pareva tempo perso. Nulla da registrare. Ciò che stupiva la mia analista, è che ricordassi solo dai miei dodici anni in su, prima il buio. Non mi sembrava fosse così rilevante, forse semplicemente non avevo buona memoria. Un giorno, su quel lettino, il velo si è squarciato, non so come sia successo. Mi sono ritrovata tra i banchi, poco più di otto anni, il grembiulino bianco, lindo e stirato, i capelli raccolti in due strette trecce, lo sguardo perso mentre la maestra ripeteva a mio padre col capo chino dinnanzi a lei ‘vede, non c’è! E’ sempre così, non è timidezza, non interagisce, sono più di due anni che viene qui a scaldare il banco! Dobbiamo farla vedere da uno specialista, se vuole se ne occupa la scuola, magari con un sostegno..’ lo vedo trattenere a stento le lacrime, alzare il viso e risponderle ‘Non si preoccupi, lo farò io, la porterò dal migliore’. Al suono di quella campana, tra le urla festanti dei miei compagni, io e mio padre ci allontaniamo in silenzio, la mia mano nella sua. ‘Non preoccuparti tesoro, non è nulla, qualsiasi cosa diranno non sarà nulla principessina.’ Era tutta colpa mia, questo il mio unico pensiero. Se solo fossi stata più attenta, se solo avessi risposto alle domande della maestra, invece niente, la voce mi si stozzava in gola ogni volta che toccava a me e ora questo, me lo ero meritata, ma mio padre no, lui non se lo meritava. Gli avevo dato un grande dispiacere, era chiaro. Non si sarebbe ripetuto, a costo di vomitare su quei libri, io non gli avrei dato più tanto dolore.

Quello che nel tempo è emerso e che inizialmente Simona negava, è stata una storia scolastica che, perlomeno ai suoi esordi, è stata fortemente penalizzante. Simona ha ricordato man mano episodi gravissimi, quale quello narrato, relativo all’invio a diagnosi neuropsichiatrica da parte delle sue insegnanti della scuola primaria, per quello che loro ritenevano un ritardo mentale di media entità. E’ incredibile come inizialmente non avesse nessuna memoria dell’evento ed avesse cancellato ogni ricordo delle scuole precedenti ai suoi studi delle superiori. Nel tempo questi ricordi sono emersi e con essi la possibilità di elaborarli e lasciarli andare sul serio.
Il mio nome è Amelia, ho incontrato la dottoressa perché non riuscivo ad avere bambini. La gente è cattiva, mi chiedeva di continuo quando io e mio marito ci saremmo decisi. Le mie colleghe, tutte neomamme, continuavano a dirmi ‘beata te, che bella vita. Niente pappe né pannolini, ogni sera cinema o teatro, abiti fasciati, fisico da pin up, tu si che sai godertela!’. Ma io quando rientravo a casa piangevo, tutte le sere. Vedevo la stanza che avevamo destinato ai bambini e piangevo. Nella vita non ero mai stata capace a far nulla, nemmeno un figlio. Conoscevo Amelia superficialmente dai tempi delle sue superiori, una delle ragazze più belle che avessi visto, il suo fisico slanciato e scattante le aveva consentito di raggiungere, anche grazie alle mie competenze di allora, rispetto all’attività motoria, buoni risultati regionali nel salto in alto. Amelia era da sempre ai miei occhi una splendida gazzella. Quando è giunta al mio studio mi sono ritrovata difronte qualcuno che non aveva alcuna percezione delle proprie qualità e che, piuttosto, aveva di sé una percezione di profonda inadeguatezza, tanto da leggere in quest’ottica anche la sua attuale difficoltà a rimanere incinta: lei era talmente inadeguata da non essere neppure capace di procreare, come invece facevano la maggior parte delle donne.
Al racconto delle sue passate storie sentimentali, che denotavano una forte tendenza alla dipendenza affettiva, e poi a quella del suo rapporto con la madre, che potremmo definire simbiotico, ho iniziato a pensare che poteva trattarsi di uno dei nostri casi. Vorrei aprire una parentesi sul rapporto che si viene ad instaurare in questi casi con i genitori ed in particolare con la madre. Potrei dire che il 100% delle volte, è un rapporto connotato inevitabilmente, con tinte più o meno severe, da un legame ambivalente e di dipendenza. La madre ben presto si rende conto inconsapevolmente delle difficoltà del figlio ed assume un atteggiamento protettivo, che nel tempo facilmente diviene sostitutivo di molte sue attività, impedendo sempre più il raggiungimento di una certa autonomia del soggetto e che, piuttosto, rafforza la sua predisposizione alla ‘dipendenza’. Tornando ad Amelia, forte della mia ipotesi, ben presto abbiamo ritrovato nella sua infanzia episodi scolastici altamente frustranti e penalizzanti risalendo infine alla sua discalculia, puntualmente confermata dai test. ‘Santo Iddio Amelia, tre più tre! Avanti, esci da quel banco e conta ogni passo fino alla cattedra, dai, uno, due, tre, quattro…’ e i miei compagni in coro ‘cinque e sei!’ Avrei voluto morire, non c’era giorno che quella strega di matematica non mi umiliasse davanti a tutti. No, non gridava, non mi picchiava, piuttosto mi derideva e mi faceva deridere…A casa era anche peggio ‘tesoro, sta dritta su quella sedia, come è possibile studiare così? Vedi tua sorella, ha già finito! Ma io dritta su quella sedia non ci sapevo stare, i miei piedi volevano correre e saltare… Dopo la diagnosi, il nostro percorso analitico ha proceduto molto velocemente, mentre Amelia nel frattempo diventava finalmente madre di una bella bambina. Ma i suoi nodi non erano ancora del tutto sciolti e la sua ricostruzione di una immagine di sé adulta e competente, non ancora stabile così che alla nascita della piccola ci siamo ritrovate di fronte ad una ricaduta depressiva: una depressione post partum. ‘Piange, tra le mie braccia piange sempre, mi sembra di impazzire. Sicuramente il mio latte non le basta, il pediatra dice che cresce ma io sono convinta che il mio latte non le basti. Con mia madre si cheta, anche con mia suocera, con mio marito, solo con me piange. Sono io, sono io che non so tenerla. Forse è per questo che non arrivava, perché io non avrei saputo crescere alcun bambino, non avrei dovuto insistere, era un segno del cielo. Vorrei sparire, andare via… Desiderava abbandonare tutto e tutti certa che sarebbe stato meglio se sua figlia fosse cresciuta accudita dal papà, da sua madre e da sua suocera, tutte persone che avevano preso a gravitare intorno al suo rapporto con la neonata. Le pareva che ognuno potesse dire la sua rispetto al suo modo di essere mamma, e, seppure animati dalle migliori intenzioni, le sollecitazioni e i bonari rimproveri dei suoi cari, rivoltigli con l’intento di scuoterla da quello stato depressivo, non facevano che aumentare il suo senso di incapacità. Abbiamo elaborato insieme questi vissuti profondi e, con l’aiuto di un marito attento e sensibile, giammai giudicante, abbiamo potuto consolidare un’immagine di sé adulta e competente perfettamente in grado di assolvere al proprio ruolo di caregiver. Oggi Amelia è una mamma felice e soddisfatta del proprio ruolo genitoriale.
E’ cosa nota che alcuni eventi rimossi, alcune fragilità personali, possano essere riattivati nei momenti particolarmente cruciali della propria esistenza. Nell’ottica della psicologia dello sviluppo, piuttosto che in quella del solo sviluppo infantile o di quello dell’età evolutiva, analizzando quindi l’intero arco dell’esistenza, ogni fase del ciclo di vita è ritenuta suscettibile di crisi e cambiamenti. Per una donna la maternità rappresenta esattamente uno di questi nodi cruciali.
Orlando, vorrei approfittare di questo caso per mostrarti meglio quello che tante volte ti ho detto a studio e che da più parti è stato riassunto in massime del tipo ‘ quel che temi si realizza’ ‘ciò che guardi quello cresce’ ‘siamo calamite di ciò che nutriamo dentro di noi’ e così via, mentre in psicologia si è parlato del potere dei convincimenti profondi, della profezia autoavverantesi o dell’effetto Pigmalione. Niente di magico dal sapore new age, semplicemente un sistema di comunicazione profondo, fatto di gesti, moti del corpo, posture. Prima ancora delle parole che diciamo, noi comunichiamo le emozioni che stiamo vivendo, ecco perché il ‘come’ è considerato in psicologia più del ‘cosa’, è il come che parla di noi. Sia come specie che come individui, filogeneticamente e ontogeneticamente dunque, abbiamo appreso il linguaggio molto dopo la nostra comparsa su questo pianeta. Non è che prima non comunicassimo, lo facevamo utilizzando un altro registro, quello del corpo. E’ dunque questa una comunicazione che ci appartiene profondamente, anche se poi ne perdiamo consapevolezza. Ma ancora, ciò di cui non siamo consapevoli, non per questo non agisce sui nostri comportamenti, sulle nostre reazioni e quindi sulle nostre interazioni sociali, anzi… Nel caso di mamma e bambino diviene evidente. Il bimbo piange per qualsiasi disagio, non ha altro mezzo per comunicare che vuole qualcosa o che qualcosa non va. Prima di ogni cosa lo rassicurerà la tranquillità della mamma, la percepirà nel contatto corporeo, nel suo respiro, nell’intonazione della sua voce e in mille altri segnali ancora, è questa che lo farà sentire al sicuro, sperimenterà qualcosa del tipo ‘ok, niente di che, tutto sotto controllo’. Se invece la mamma viene presa dall’ansia, è questa che il bimbo sperimenterà. Penserà qualcosa del tipo ‘Se mamma così grande e onnipotente va in ansia, starà succedendo qualcosa di terribile’ e piangerà più forte, la mamma andrà ancora più in ansia, così a sua volta il bambino, un circolo autoalimentantesi, un crescendo a spirale che solo un intervento esterno potrà fermare: due braccia solide in cui sentirsi al sicuro. Questo modello di comunicazione primaria, resta presente in ogni comunicazione adulta, in poche parole sarà ad esempio la nostra percezione di inadeguatezza che consentirà agli altri di considerarci inadeguati, il nostro senso di colpa, che farà sì che la colpa venga addossata sempre a noi, la nostra autosvalutazione, che consentirà agli altri di calpestarci. ‘Ciò che temi si realizza’, sono le nostre paure profonde la causa di tutti i nostri guai…
Scusa il mio divagare, il pensiero dislessico è così, reticolare, niente affatto lineare come invece quello per parole, è così che a volte si perde e fa perdere chi ci ascolta! Passiamo dunque ad Elda., questa giovane donna si è rivolta a me un anno fa in un evidente stato di prostrazione in gran parte conseguente al grave mobbing che stava subendo in quel periodo nell’ambito in cui si spendeva. Elda era vittima della crudeltà mentale di qualcuno che addirittura era arrivato a istigarla al suicidio, così che pensieri suicidari avevano preso a tormentarla. Il suo caso è emblematico di come un DSA possa essere celato addirittura dietro percorsi scolastici brillanti. Sorvolando sul severo quadro clinico con cui arrivò al mio studio, vorrei sottolinearne invece le sue grandi capacità intellettive e autoriflessive. Queste, se hanno avuto gran parte nella remissione dei sintomi, dall’altra allontanavano dal campo di indagine l’ipotesi che alla base dell’enorme fragilità di un io la cui percezione di sé, in totale disaccordo con i dati oggettivi, risultava quella di qualcuno totalmente inadeguato, potesse avere alla base difficoltà di apprendimento. Il caso ha voluto che Elda partecipasse ad una delle mie conferenze sui DSA e riconoscesse in quelle da me enunciate, gran parte delle proprie modalità di pensiero. Il nostro campo di indagine si è spostato quindi anche su questo piano… Al liceo studiavo tanto, rendevo poco, non mi piaceva frequentare i compagni, non volevo si accorgessero delle mie difficoltà, per cinque anni sono stata sempre sola. A ben pensarci la percezione che in me qualcosa non andasse, la ho avuta subito, sin dalla scuola primaria. Mia sorella era molto più brava di me, lei si che era intelligente, lo dicevano sempre tutti. All’università è stata un’altra cosa, ho preso a correre, correre, mi sono laureata nel tempo minimo con il massimo dei voti. Ho studiato in una delle più belle città di Italia ma io neppure sapevo come fosse, solo casa, studio e ospedale! Già, vi fui ricoverata più volte, l’ultima a un passo dalla laurea per un grave stato di prostrazione fisica, ma a botte di flebo mi rimisero in piedi perché io potessi andare a discutere la mia tesi nella data stabilita. Risultata positiva al test diagnostico, e appresa l’esistenza di alcuni strumenti compensativi, quale la sintesi vocale, ha preso ben presto ad utilizzarla nel suo lavoro di intellettuale, con grandi benefici in termini di tempo e impegno profusi. Ad oggi Elda è una delle più giovani e brillanti menti del nostro panorama nazionale.
Stefania invece è giunta al mio studio in seguito alla separazione dal marito. Un atto per lei non facile, pur nella consapevolezza della sua necessità, a fronte della impossibilità di accettare le condizioni di un marito ben intenzionato a rimanere a casa con lei per le necessità quotidiane, mentre, avendo un’amante, proclamava la sua indipendenza per quelle sentimentali, affettive e sessuali. Per anni Stefania si era dedicata completamente ad allevare i suoi tre figli e ad essere l’ombra di uomo che in realtà molto brillava della sua luce riflessa. La maternità per Stefania, con la possibilità di affermare le proprie capacità di accudimento, aveva rappresentato una sorta di riscatto rispetto al profondo vissuto di inadeguatezza che l’aveva da sempre contraddistinta. Questo, in qualche modo, l’aveva aiutata a superare le fasi depressive post partum, che nei primi mesi di vita del suo primo e della sua ultima figlia, l’avevano vista spesso piangere in preda ad un vissuto di profonda solitudine e di impossibilità di autoaffermazione in ambito sociale. Raggiunta così finalmente una certa autonomia della prole, si cimentò in un lavoro domestico che le consentisse di contribuire economicamente alle spese, quasi quello che aveva fatto sino ad allora non fosse comunque un contributo, e inestimabile. Inutile dire qual era lo stato di prostrazione in cui è arrivata da me, avendo scoperto il tradimento di quel marito posto sempre da lei su un piedistallo, pur se decisa a separarsene poiché incapace di sopportare quella specie di bigamia che lui ora voleva imporle. Molte cose della sua storia mi risuonavano strane. Il lavoro da svolgere a casa in cui aveva deciso di cimentarsi, con ottimi risultati, consisteva nell’impartire lezioni private a bambini e ragazzi in difficoltà. Seguendo negli studi i suoi figli era diventata esperta in molte e disparate materie, pur non possedendo alcuna laurea, poiché i suoi studi si erano fermati ad un passo da questo traguardo. Era riuscita addirittura a far recuperare in inglese un bambino certificato come DSA (notoriamente i DSA incontrano grosse difficoltà nell’acquisizione delle lingue straniere), portandolo addirittura a risultati di eccellenza. Come era possibile? Non possedeva competenze specifiche né nella materia, né rispetto ai DSA. Certo, ancora, noi non conosciamo, riconosciamo. Aveva saputo insegnare a tanti bimbi e ragazzi tecniche efficaci: erano le sue stesse, messe inconsapevolmente in atto per riuscire ad imparare. Nonostante io le mettessi davanti le sue grandi capacità ed il mio reale stupore per tanta competenza dimostrata, non era in grado di attestarsi alcun merito per i traguardi raggiunti. Restava la percezione di sé come di qualcuno che aveva fallito tutto nella propria vita, un gran rimpianto per una laurea non conseguita a detta sua per propria responsabilità e una ammirazione per un marito laureato e intellettuale che, dai suoi racconti, a me arrivava invece come piuttosto modesto. Prendemmo ad indagare sui suoi trascorsi scolastici ed anche in questo caso affiorarono ricordi fortemente traumatici. Ho dunque sottoposto a diagnosi anche lei, con risultati positivi che hanno confermato il suo DSA. Ad oggi Stefania ha raggiunto una buona consapevolezza del proprio valore personale, che le ha consentito l’autonomia psicologica da un marito che aveva sempre approfittato della sua fragilità.
Quello che qui vorrei sottolineare è come sia possibile che spesso le difficoltà si presentino agli ultimi esami universitari. Notoriamente, certi di potervi dedicare più tempo, si rimandano alla fine del percorso, quelli che ci richiedono maggior impegno rispetto alle nostre capacità. Accade così che, se ad esempio questi fossero quelli di matematica, in un percorso di studi che non prevede altri esami affini a questa materia, per un discalculico potrebbero divenire insormontabili, rappresentando così la fine della propria carriera universitaria. E’ questo quello che stava per accadere a Michela. Questa giovane donna aveva frequentato il corso triennale in sociologia ed ora era alla fine del percorso della laurea magistrale in politiche sociali e sviluppo del territorio. Il suo percorso nella triennale era stato rallentato dall’esame di economia e da quello di statistica, ripetuti più volte, le erano costati un ritardo nel conseguimento della laurea triennale. Nella magistrale, si ripeteva lo stesso identico problema. Sotto accusa questa volta l’esame di valutazione delle politiche e quello di diritto, per il quale aveva speso più di otto mesi di studio senza peraltro riuscire a conseguire i risultati attesi. Già alle prime battute del nostro colloquio mi era chiaro il problema. Mi aveva riferito delle grandi difficoltà incontrate nel memorizzare le definizioni specifiche di una materia con non ammette altro linguaggio che quello proprio alla disciplina e inoltre la difficoltà, comune ad entrambe le materie, nel descrivere le diverse fasi di determinati processi nella giusta sequenza.
Ovviamente ho pensato subito ad una discalculia, a un deficit nella memoria di lavoro ed a una difficoltà nell’orientamento spazio-temporale. Anche lei ha dimostrato inizialmente una completa rimozione dell’evento traumatico. Della sua infanzie tra i banchi, Michela non ricordava assolutamente nulla finchè un giorno a studio, sul lettino, le immagini di un quaderno si, è un quaderno a quadretti, ha i righi colorati…papà lo sta facendo a pezzi. E’ sera, è appena rientrato dall’incontro scuola famiglia, la maestra di matematica gli ha detto che non studio, che sono una pasticciona…’Fammi vedere il quaderno di matematica’ Non riesco a muovermi, i suoi occhi sono di brace, mi scappa la pipì ‘Prendimi quel quaderno o stasera sono guai’ ‘Devo andare in bagno papà’ ‘Prendimi quel quaderno!’ Lo prendo, lo apre ‘e tutte queste cancellature cosa sono? Non c’è un’operazione in colonna, questo non è un quaderno, ha ragione la maestra, e io che ti ho difeso!’ Lo fa a pezzi e mi dice di ricopiarlo tutto. Sento un caldo umido tra le gambe, la pipì, non riesco a trattenerla oltre. Si è girato di spalle, non lo vede per fortuna, asciugo in fretta con i miei vestiti e comincio a ricopiare, tutta la notte, fino all’alba…
A questo ricordo ne seguirono altri di una bimba spesso triste ed incline al pianto. Oggi Michela ha conseguito la sua ambita laurea, alla quale sono seguiti festeggiamenti che, se ad alcuni potrebbero essere apparsi esagerati, a me hanno invece dato la misura di una gioia proporzionata alla grande fatica costata un sogno spesso pensato irragiungibile.’
Lessi d’un fiato questi primi casi, cercando in ognuno di essi qualcosa che mi appartenesse, cercavo di immaginarne i volti, le espressioni. Conoscevo quel dolore e potevo immaginare cosa avessero potuto sperimentare bambine in quei banchi. Mi colpiva il suo discorso sulla capacità di ‘riconoscere’ e sul come nessuno avesse mai riconosciuto le mie difficoltà prima d’ora, impedendo così a me stesso di riconoscerle, traducendole piuttosto in altro che avevo imparato a pensare di essere. Questo il mio grande senso di solitudine da bambino? Queste le mie lacrime irrefrenabili difronte al vecchio film ‘L’incompreso’? Il mio estraniarmi, la mia timidezza, il mio isolamento fanciullo? Questo il mio essere vittima di bullismo prima, tra i banchi di scuola, e di mobbing più tardi in ufficio? Il mio stesso convincimento di non valere, il mio sentirmi colpevole e perciò stesso meritevole di punizioni? Presi poi a pensare alle variabili da prendere in considerazione per la mia analisi statistica. Beh, la prima cosa che mi saltò agli occhi è che fossero tutte donne, eppure la strizzacervelli mi aveva detto fosse una caratteristica maggiormente maschile. Ma noi stavamo indagando il fenomeno da un’altra angolazione, quella del disturbo psicologico conclamato in età adulta, pensai dunque che le donne potessero essere fortemente condizionate da una richiesta sociale che le vuole altamente istruite per poter concorrere con i maschi ai posti di lavoro maggiormente ambiti e da un immaginario collettivo che ritiene esse debbano essere socialmente ben integrate per essere ‘appetibili’. Tanto condizionate dunque, da impegnarsi col massimo sforzo nell’ottenimento di risultati scolastici accettabili a costo di qualunque prezzo, sacrifico e impegno, anche a scapito del loro stesso equilibrio psicofisico. Avrei diviso il campione per sesso sperando nel prosieguo vi fossero anche uomini, giusto per non sentirmi l’unico rappresentante di questo sesso. Chissà se poi era stato uguale il dolore dei maschi o se invece davvero ero io ad aver reagito come una femmina. Risi.

< 7. Una strizzacervelli per amica
9. Alessandro, il primo caso di un maschio >