7. Una strizzacervelli per amica


Non fu facile starle dietro, ti chiamava indifferentemente alle sei del mattino o all’una di notte, nel mezzo lavorava. Presi a credere non dormisse mai. Neanche ‘pronto’ dall’altro lato del filo, la prima parola appena rispondevi, era solo e sempre ‘ho pensato!’ Finalmente delineammo lo schema del nostro progetto: Per prima cosa avrebbe individuato trai i suoi pazienti, persone di varie età e sesso che giungevano al suo studio per una consultazione rispetto a vari disturbi psicologici, quelli che riteneva avessero alla base del loro attuale disagio, un trascorso scolastico traumatico. Avrebbe somministrato loro i test per i DSA adulti, test standardizzati e che perciò stesso avrebbero dato maggior scientificità al lavoro. Verificata con essi l’ipotesi della presenza di un disturbo di apprendimento, questo avrebbe dato maggiore oggettività ai loro ricordi personali. Raccolte le caratteristiche salienti, anche se presenti in misura diversa, dei tratti che le sembravano distintivi di tale condizione, li avremmo organizzati in una griglia che avrei dovuto mettere a punto io.
L’impianto sperimentale fu semplice, in sintesi la ricerca si sarebbe articolata nel seguente modo:

  1. Somministrazione dei test diagnostici a un campione di pazienti che presentavano un disagio psicologico ipotizzato derivare da un DSA pregresso non diagnosticato.
  2. Verificata la reale presenza di un DSA nei soggetti campione, strutturazione di una griglia con gli indicatori comportamentali rilevati, quali indici di un disturbo psicologico originato da un DSA pregresso e non riconosciuto.
  3. Somministrazione dei test diagnostici ad un gruppo di controllo inviato da altri specialisti e individuato da loro in base ai criteri esplicitati nella griglia elaborata e condivisa da noi.
  4. Verificata l’ipotesi con la conferma di diagnosi di DSA nel campione di controllo, diffusione dei dati.

A lavoro ultimato, l’ipotesi fu completamente confermata, tutti i soggetti testati, 17 della strizzacervelli (di cui il primo ero io) e 17 inviati come campione di controllo dagli specialisti cui si era rivolta e individuati da loro in base alla griglia che avevo elaborato io, fatto eccezione di un solo caso dubbio, risultarono essere DSA non diagnosticati prima. Molte e interessanti le altre correlazioni che emersero, tra cui una forte corrispondenza con condotte di dipendenza di vario tipo, tra cui riconobbi la mia dipendenza affettiva di un tempo, comportamenti devianti e antisociali.

Tre, quattro anni per portare avanti la ricerca, tre, quattro anni per diventare amici. Intimi lo eravamo già, nessuno ti è intimo come il tuo analista. Ti conosce meglio di chiunque altro, se è poi uno che lavora sul corpo, ti guarda e sa che passa, perché passa, ti sente pensare. Ma tu, tu non sai nulla di lui. Strano rapporto, non sai nulla di chi invece sa tutto di te, ma proprio tutto. Adesso che non c’era più la terapia tra noi, pian piano si lasciò vedere. Conobbi la donna nascosta dietro la mia strizzacervelli. Una parte non era affatto diversa da quella che mi era ormai familiare, sorridente, scanzonata, allegra, risoluta, con la battuta sempre pronta, facile all’entusiasmo, all’apprezzamento. Un’altra, nascosta prima, si mostrò di una sensibilità inaspettata, spesso le vidi gli occhi riempirsi di lacrime, parlando di questo o quel caso. I bambini e i giovani le entravano nel cuore, quasi le appartenessero, pensava spesso a loro, il suo lavoro invero era sempre con lei. Presi a conoscere le sue abitudini, le sue lunghissime docce alla sera, finito studio, quasi a chiedere all’acqua di portar via tutto il dolore raccolto di giorno. Conobbi la sua gioia per i risultati raggiunti, il suo dolore per l’impotenza di fronte a quelli irraggiungibili, la sua rabbia di fronte alle ingiustizie, conobbi lo spirito ribelle che era in lei, il suo anticonformismo, la figlia dei fiori che indomita, dopo anni, sempre credeva nella possibilità di un mondo d’amore, ma sopra ogni cosa conobbi il suo amore per Dio, la sua incrollabile fede nella vita, nella natura umana, la sua tensione all’infinito: la trascendenza era la vera radice del suo ottimismo. Non avrei mai immaginato che quella che rideva di tutto, passasse lunghe ore in preghiera, in meditazione, in pratiche spirituali di ogni tipo. ‘La felicità è una rigida disciplina, passa per tutto ciò di cui ti nutri, per ogni cibo, del corpo, dell’intelletto, del cuore o dello spirito che sia. Ridere non è deridere, l’umorismo non è sarcasmo, l’umorismo è una dote spirituale molto alta, il Dalai Lama ha scritto un libro intero sull’umorismo. Anche Papa Francesco ha detto che la gioia è di Dio, altro che dolore ed esser contriti, adoro questo Papa! Per ridere dei tuoi guai devi alzarti un po’ sopra di essi, inserirli nel grande contesto della vita, certo avvengono cose nel mondo di cui proprio non riesco a sorridere, quelle non voglio neanche pensarle, sopra quelle non so ancora elevarmi…’ Seppi dunque quello che era per lei il riso.

‘Orlando caro, ho diviso i casi in gruppi caratterizzati da alcune caratteristiche comuni, prima che tu legga i casi che ti invio perché tu possa cominciare l’analisi statistica dei risultati, vorrei dirti qualcosa in merito alla mia ipotesi, la possibilità cioè che la scuola per alcuni possa costituire l’evento traumatico, e cosa la psicologia definisce come trauma.’ Ecco che la strizzacervelli diventa cattedratica pensai. ‘ Il termine trae origine dal greco e sta ad indicare una ferita grave con effetti permanenti. In psicologia viene ripresa la sua accezione di ferita, ma intesa non come rottura di tessuti che normalmente non presentano alcuna soluzione di continuità, bensì come rottura dell’equilibrio emotivo e psicologico dell’individuo. Personalmente, anche in forza dei risultati che stanno emergendo dalla nostra ricerca, sposo la definizione che vede nel trauma la rottura di un legame: con se stesso, con l’altro, con la realtà.

Ad ogni buon conto, il trauma produce un evento non traducibile in parole ed è così che chi lo ha subito non lo può raccontare. Esso si costruisce in due tempi: nel momento dell’evento traumatico e nel disconoscimento dell’ambiente circostante che, negandolo, lo rende patogeno.

Per una serie di circostanze, questi elementi appaiono tutti in chi presenta difficoltà scolastiche, pur avendo buone capacità intellettive: le sue difficoltà finiscono per essere ascritte ad un suo scarso impegno e ad una sua cattiva volontà. Le umiliazioni e le punizioni a cui sarà quotidianamente sottoposto a scuola, saranno giustificate e ritenute giuste da tutti, compagni e familiari compresi (disconoscimento del trauma). Sarà ingabbiato in una difficoltà di cui non conosce il nome, negata da tutti, ma che pure vive e da cui non può difendersi che con la dissociazione, lo spostamento, la distorsione della realtà, finendo per identificarsi con l’aggressore e sentendosi così, in qualche modo, in colpa lui stesso e meritevole di quanto subisce.

Anche in forza all’ esperienza del tuo percorso terapeutico, ritengo che verificare l’ipotesi che, dietro determinati quadri psicologici disfunzionali in età adulta, l’evento traumatico iniziale possa essere stato proprio la scuola, identificare in questo modo il trauma e lavorare su di esso, possa rendere più facile e veloce la risoluzione dei disturbi attuali. Sono certa che rimandare a quanti sono in questa condizione, l’origine del proprio senso di inadeguatezza, rassicurarli sulle proprie capacità mostrandogli di essere dei DSA non riconosciuti e non degli inetti, esplicitando cosa sia in realtà un DSA, possa ottenere un effetto rassicurante già nell’immediato. Non individuare nella realtà l’evento traumatico e riportarlo alla sola realtà intrapsichica potrebbe rischiare di ‘ritraumatizzare il paziente in terapia proprio attraverso la ripetizione di quella negazione della realtà che subì da bambino. Lavorare sull’evento traumatico reale ci potrà consentire invece, così come è avvenuto per te, di riscrivere una storia che è stata fatta da continui rimandi di incapacità.

A conferma che la scuola possa essere stata un trauma per i soggetti sinora testati, ho potuto verificare da parte di ognuno di loro, la rimozione dell’evento traumatico. Alle mie domande iniziali circa la propria storia scolastica, la maggior parte l’ha definita ‘normale’.

Nei casi di abbandono scolastico la risposta è stata quella che in realtà la scuola non fosse mai interessata loro più di tanto, salvo il mostrare gli occhi pieni di lacrime nel momento stesso in cui facevano tale affermazione.

Quanti, invece, se pur con enormi sforzi sono arrivati a conclusione di tale percorso, magari accontentandosi di studi diversi da quelli che avrebbero voluto, hanno avuto bisogno di molto tempo perché emergessero alla consapevolezza eventi fortemente traumatici della loro infanzia scolastica.

< 6. Felicità è esprimere al meglio e al massimo le proprie potenzialità, non quelle di altri…
8. I primi 5 casi >