3. Un DSA, qualcuno che nessuno aveva mai capito


Venerdì 28 aprile, i tempi della scuola
Durante questo incontro arrivò a chiedermi della scuola, strana domanda, cosa c’entravano i miei studi in tutto questo? Che le relazioni affettive di un uomo con il femminile dipendessero dal rapporto con la propria madre era letteratura, che nella risoluzione dell’edipo, c’entrasse quello con il padre anche, ma la scuola cosa c’entrava? La mia strizzacervelli era simpatica ma non proprio ferrata in psicanalisi. Giovanni, l’unico amico che mi era inspiegabilmente sempre stato affianco, si era sbagliato, lei lavorava molto con i disturbi dell’apprendimento, questo il suo settore, di mal d’amore ne capiva ben poco. Ormai mi ero abituato ai nostri incontri settimanali, in fondo era l’unica che mi facesse ridere, le sarei andato dietro, ma solo per un altro po’. Allora non lo sapevo, ma quello era l’inizio della mia dolorosa rinascita, ‘nascere fa sempre un po’ male’, sosteneva spesso lei, ‘ma ne vale sempre la pena

Venerd 5 maggio, i sottotitoli dei film
La dottoressa prese a insistere sull’argomento scuola con strane domande. Volle sapere se leggevo libri, non ne leggevo, a questa mia affermazione, si era illuminata. Mi chiese dunque se vedevo film, si ne vedevo e mi piacevano. ‘Ne hai mai visto qualcuno con i sottotiltoli?’ ‘Si, ma quelli non mi piacciono, non riesco mai a leggerli in tempo…’ Dico, i sottotitoli, è mai tema da affrontare in una terapia? Quella invece passò l’intera seduta a parlarmi della velocità di lettura cercando di spiegarmi quanto questo indice, insieme alla correttezza e alla comprensione, fosse importante, non certo perché si doveva essere speedy gonzales, ma perché poteva essere il segnale di una non automatizzazione di quest’ultima. ‘Sai cos’è un automatismo? E’ qualcosa che, dopo averlo imparato e ripetuto tante volte, non richiede più l’attività del cervello, va in automatico appunto, lo comanda il cervelletto. Un movimento automatico diventa così economico e veloce. Ognuno di noi automatizza meglio qualcosa e affatto qualcos’altro. Hai mai visto quelli che alla guida vanno massimo a 30 km/h? Che si fermano agli stop per dieci minuti girando la testa da un lato all’altro fino a decidere di passare magari proprio quando sopraggiunge un’altra auto? In genere guidano con il cappello in testa e sono dei veri pericoli pubblici. Bene, quelli non hanno automatizzato la guida, guidano sempre con il cervello così che sono lenti e si stancano tanto, dopo aver guidato per neanche 30 Km, a loro parrà d’aver fatto la Parigi Dakar. Nessuno dirà di loro che sono dei disguidici, magari qualcuno alla guida gli bestemmierà appresso, loro potendo preferiranno i mezzi pubblici, ma tutto qui, nessuno penserà che hanno una sorta di sconosciuta malattia. Bene, se uno di questi abitasse in una sperduta contrada, distante da ogni altra forma di vita almeno una ventina di chilometri, nessun mezzo pubblico da quelle parti ecc., dimmi, avrebbe un bel problema? Certo! Qualsiasi condizione può divenire un handicap in un ambiente ostile a quella stessa…’ Cosa voleva dire? Dove diavolo voleva arrivare? ‘Sai, ogni medaglia ha due facce, una delle due è sempre un regalo. Ogni sistema ha le sue strategie, chi non automatizza è costretto a ripetere alcune procedure sempre come se fosse la prima volta, è vero, ma una delle tante volte che ripetono una di quelle come se fosse la prima, può essergli dato di vedere qualcosa che, chi la percorre in automatico, non può più vedere. Piuttosto che cercare invano di imparare a fare come gli altri, dovremmo imparare a conoscere e amare ciò che siamo e a sviluppare al meglio e al massimo i nostri stessi talenti. Ti svelo un segreto, io non automatizzo i nomi, i luoghi e un sacco di altre cose. In gioventù mi sono persa in tutte le città di Italia, sembra impossibile ma sono riuscita a perdermi anche in una città piccola come la mia, tralasciando che ci vivo da sempre. Poco male, dopo aver finalmente capito come si orienta il mio cervello ho trovato strategie adatte a me, per non perdermi, ma non automatizzare i luoghi è per me un grande regalo. Posso incantarmi ogni volta difronte allo stesso spettacolo, alle stesse albe o tramonti, mari in tempesta, ciliegi fioriti, d’oro aranceti, valli rosse di purpurei papaveri. Non ho neppure le parole per spiegare la magia e l’incanto di poter vedere ogni volta un fiocco di neve cadere dal cielo come fosse il primo della mia vita…’ la mia strizzacervelli sapeva passare dall’umorismo alla poesia con una nonchalance eccezionale, forse avrebbe fatto meglio ad essere una donna di teatro si, forse il teatro sarebbe stata la sua, non la psicoterapia!

Venerdì 12 maggio, i problemi della strizzacervelli e della sua famiglia
In questa seduta non fece che parlarmi di DSA, lei aveva un DSA, sua figlia pure, così molti nella sua famiglia. Si è mai visto che in terapia il terapeuta parli di sé e dei suoi problemi? In vero la strizzacervelli non era una biglia impazzita, molto tempo dopo capii che stava cercando di aprirmi una porta mostrandomi che dietro quella c’era anche lei con le sue tre lauree e non so quante specializzazioni, lei che scriveva libri, lei che faceva conferenze. Non avrei dovuto vergognarmi se mai lo fossi anch’io, lei non se ne vergognava, sembrava piuttosto che quasi ne andasse fiera. Non dovevo temere, un DSA non era qualcuno mancante, asino, ignorante o peggio deficiente, era solo qualcuno che nessuno aveva mai capito.

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