22. Giunse così il gran giorno, quello degli incontri.


Il grande cancello della comunità era spalancato ad accoglierci, il bel casale immerso nel verde, ferveva di preparativi. Nel giardino illuminato, spiccava il sentiero di fiori che, costeggiando la serra, i vari laboratori di musica, d’arte, di falegnameria, portava dritto all’ampia sala eventi, giusto difronte i campetti sportivi. Se non lo si sapeva, quel posto sarebbe sembrato un college molto esclusivo, erano i volti segnati dalla vita a contraddire questa impressione. Quella serata era speciale per tutti gli ospiti della comunità, per l’intera giornata si erano dati un gran da fare tra sala, giardino e cucina, ora era tutto perfetto. Ovviamente ognuno di loro sarebbe stato dei nostri a cena. La strizzacervelli baciava e abbracciava tutti, segno evidente del come e del quanto tempo aveva passato lì dentro. Ben presto la grande sala si riempì, impossibile capire chi era chi. Ospiti, operatori, logopediste, strizzacervelli e i trentaquattro ‘casi’ si scambiavano nomi, sorrisi e strette di mano ma non una sola parola che li identificasse professionalmente o che altro so io. Lei rideva, rideva, era quello il suo mondo, quello degli esseri umani, degli ‘io sono’ e basta.
Mi sentivo completamente a mio agio, non mi importava se il mio vicino era un professorone, un dys o un ospite della comunità, per la prima volta pronunciavo il mio nome con orgoglio e disinvoltura. Tra una portata e l’altra, qualcuno a turno s’alzava per un brindisi in rima. Brindammo alla ricerca, ai padroni di casa, a questo e quello e alla vita che ci aveva fatto incontrare. Non mancarono chitarra, tamburi, canti e danze finali. A fine serata, ebbri di Schweppes, buon cibo e soprattutto di un sentimento che non saprei definire se amore, comunione, appartenenza, complicità o tutto questo insieme, ci salutammo con un abbraccio, molti di noi non si sarebbero incontrati mai più.
Lasciai la mia dottoressa sotto casa sua, ‘Che serata! buona notte Orlando’, un bacio sulla guancia e sparì via prima che potessi dirle ‘e ora?’
E ora? Assieme all’incontro, alla ricerca, alla strada percorsa insieme, avevamo quella sera celebrato anche l’addio. Mi parve di sentirla canticchiare una delle sue tante canzoni… ‘Cambia lo superficial, cambia también lo profundo, cambia el modo de pensar, cambia todo en este mundo, y así como todo cambia, que yo cambie no es extraño. Cambia todo, cambia, todo cambia…’ Cambia ciò che è superficiale e anche ciò che è profondo, cambia il modo di pensare, cambia tutto in questo mondo e così come tutto cambia, che io cambi non è strano. Cambia tutto, cambia, tutto cambia…
Conclusioni
Ogni singola storia narrata è vera, le testimonianze riportate sono quelle dei soggetti testati nella mia ricerca ‘La scuola come fattore di rischio’ pubblicata nel 2015 dall’EditricErmes. Ad essa è stato dedicato il capitolo X del libro ‘Giovani adulti con DSA’( Erickson giugno 2015), il numero della rivista scientifica Scienze e Ricerche del giugno 2016 ed è stata oggetto di discussione nel V congresso europeo dell’ Eurpean Dyslexia Association a settembre del medesimo anno. La stessa mi ha consentito di vincere, data la correlazione emersa tra percorsi scolastici altamente frustranti e comportamenti antisociali, un dottorato di ricerca con la supervisione del professor Cristoforo Pomara, presso la facoltà di medicina sperimentale dell’Università degli studi di Foggia, per estendere tale studio nelle case circondariali di Puglia e Basilicata. Il mio intento con la pubblicazione di queste pagine, è quello di uscire dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori, per raggiungere quanti più lettori possibile. Sono consapevole che il mio artificio letterario, il tentativo di creare con il primo caso, quello da cui effettivamente è partita la mia ricerca, una sorta di fil rouge che accompagnasse le varie testimonianze nella narrazione di un’unica vicenda personale, non sempre regge, ma volevo lasciare intatte le varie storie e dare almeno alcune indicazioni tecniche. Chiedo scusa ai lettori, avrei dovuto impegnarmi maggiormente in questo tentativo. Invero le mie ricerche proseguono come il mio impegno nel sociale e la mia attività di psicoterapeuta, così mi è mancato il tempo necessario, ma sentivo l’urgenza di comunicare a un più vasto pubblico quanto scritto. Le tematiche trattate vanno ben oltre gli stili di apprendimento, esse sottolineano la necessità e l’urgenza di una cultura della diversità e dell’inclusione. L’educazione alla diversità richiede la consapevolezza e lo sforzo di tutti noi, nessun escluso, per un cambiamento culturale che ci consenta di superare le logiche dell’individualismo a favore del benessere comune. Un cambiamento culturale che ci consenta di raggiungere la reale comprensione che solo insieme si va lontani, che aspettare gli ultimi non è tempo perso ma guadagnato come esseri umani, ci insegnerà a non temere se e quando gli ultimi saremo noi. Viviamo in società per proteggerci, per tutelarci gli uni con gli altri, per onorarci e non certo per calpestarci, per emergere a scapito degli altri. Da sempre l’offesa più grande per l’animo umano, è sentirsi emarginati dal gruppo, rappresenta il castigo peggiore, dai tempi in cui essere cacciati dalla tribù e lasciati soli nella foresta voleva dire morte sicura, a quelli della gogna e poi a quelli dell’esilio e del confino, sino all’attuale esodo della migrazione per la sopravvivenza. Tutta questa competizione ci ha portato ad una pessima qualità della vita, ad uno stato di ansia diffusa per la paura di essere ‘scartati’, emarginati, qualora non più in grado di essere competitivi, qualora la sorte avversa dovesse toccare a noi. Non potremo vantarci di alcuna evoluzione finchè nel nostro mondo sarà consentita la sopraffazione. Questa battaglia, come ogni battaglia vinta, deve essere combattuta da ciascuno di noi, nel proprio ambito, nella propria cerchia, non è vero che siamo niente rispetto alla società, noi siamo la società.

I miei ringraziamenti a tutti quelli che hanno contribuito a questo lavoro, talmente tanti che non saprei da dove cominciare… Comincio da Orlando ovviamente e con lui da tutti i soggetti testati, seguono Rossella Grenci, Laura Pecoriello e Antonella Spota per aver contribuito alla raccolta dati, il dottor Ghidoni e Damiano Angelini per la loro analisi dei test, gli specialisti citati nell’opera per il reclutamento del campione di controllo, Marcella Santoro, Franca Crocetto, Maria Antonietta Deodati e Valentina Minelli per i preziosi consigli e ancor più per la loro amicizia. Ringrazio inoltre il professor Cristoforo Pomara e l’Università degli Studi di Foggia per l’opportunità di estendere la mia ricerca alle case circondariali di Puglia e Basilicata e i dirigenti e il personale di queste ultime per il sostegno che mi stanno dando.
Infine un ringraziamento particolare a Marcello Pittella, attuale presidente della Regione Basilicata, per la grande attenzione da sempre mostrata in merito a questa tematica. Egli infatti già nel 2006 si fece promotore di una legge regionale sui DSA che, approvata nel 2007, prima in Italia, anticipò di ben tre anni quella nazionale.