21. Verso il termine dell’avventura.


Stavamo però giungendo al termine della nostra avventura, il nostro tempo insieme stava per finire ed io non volevo. Volevo ancora ascoltarla, vederla ballare, ridere, piangere, studiare, pensare, me lo lesse negli occhi, lo so.
‘Hei, mi raccomando, sei incontri il Buddha sulla strada, uccidilo!’ mi disse a mo’ di saluto quando ci congedammo. La mia strizzacervelli restava definitivamente bizzarra… A casa cercai anche questo sul web, con lei nessuna parola era un caso. Scoprii così che uccidere il Buddha quando lo si incontra, significava superare il mito del maestro, il mito del guru, il mito dello psicoterapeuta. Significava rinunciare al ruolo di discepolo e distruggere la speranza che qualcun altro, all’infuori di noi, possa essere il padrone del nostro sentire. Il testo trovato sul web recitava così: ‘Uccidere questo buddha vuol dire volgersi finalmente verso la propria mente non per uniformarla a un «buddha» immaginario, ma per conoscerla così com’è, senza volerla ad ogni costo cambiare, creando in questo modo lo spazio in cui il cambiamento diviene possibile.’ Certo, ma mai e poi mai avrei ucciso la mia strizzacervelli, neppure se a chiedermelo fosse stata lei! Mi sentì pensare anche questo, ne sono certo. Avevo ormai l’impressione che mi sentisse pensare, forse perché anch’io sentivo pensare lei.

Quella mattina il radermi era stato faticoso, un pò.
Non riuscivo ad immaginare come sarebbero stati i miei giorni a venire, senza le sue mail con le nostre storie da catalogare, storie che infondo mi parlavano di me, che mi parlavano di lei. ‘Ho pensato!’, la suoneria del telefono prima, la sua voce poi, giunsero a interrompere i miei pensieri. ‘Dobbiamo celebrare! Le cose vanno sempre celebrate. Dobbiamo celebrare il nostro incontro, la nostra ricerca e il suo esser giunta al termine e con noi devono celebrare tutti quelli che vi hanno partecipato. Facciamo una grossa festa con tutti, ma proprio tutti. I trentaquattro casi, gli specialisti miei colleghi, le logopediste e la psicologa che mi hanno dato una mano nella somministrazione dei test. Che ne dici?’
Potrebbe essere un’idea bofonchiai, ne parliamo stasera davanti ad una birra, ti va?
‘Certo, a stasera e…non tagliarti mentre ti radi, impiastro di un dys!’
All’improvviso la mia testa si affollò di immagini, i trentaquattro casi per me avevano tutti un nome e una storia, ora avrebbero avuto anche un volto. A dire il vero nei miei pensieri avevano già anche quello, chissà se il volto che avevo dato loro era simile o in tutto diverso da quello reale? Volevo davvero conoscerli? e soprattutto, volevo che loro conoscessero me, il primo dei trentaquattro? Per un attimo tremai a quel pensiero. Come allora, come quando alla lavagna mi sentivo sotto i riflettori di un interrogatorio, il battito prese ad accelerare, le mani a sudare, la lingua ad impastarsi. Sarei stato all’altezza della situazione? La immaginai ridere, non di me ma insieme a me, risi al pensiero del suo viso scanzonato. Si, avevo finalmente imparato a mettere quel poco di distanza dalle cose, quel poco da potermi guardare e ridere, e amare quello che ero. Certo che sarei stato all’altezza! Quale altezza se non la mia?
Arrivò puntuale e trafelata, come sempre. Chi lo ha detto che i dys sono ritardatari? Lei non lo era.
‘ Non avresti dovuto affrettarti, ti avrei aspettato.’
‘Lo so, ma non mi piace aspettare e non faccio aspettare, almeno faccio di tutto perché non mi si debba aspettare. Poi può succedere, sia la prima che la seconda cosa…’
‘Con me la prima non succederà mai! Non sia mai detto che tu debba aspettare me.’
‘Ha ha ha, mai dire mai! Comunque è proprio per questo che con te, potendo, non arriverei mai in ritardo. Si chiama reciprocità…’
Reciprocità, era il pezzo mancante. ‘Cosa vuoi dire, do ut das?’
‘Assolutamente no, sarebbe il contrario della gratuità! La reciprocità è una roba tra adulti alla pari, ha che fare con il rispetto, non quello delle regole, ma quello per gli esseri umani, per gli esseri viventi, per la vita, aggiungerei, quello per se stessi come esseri viventi: è nella nostra umanità che siamo sempre tutti alla pari. Chi piega, conosce il piegare, si piegherà a sua volta quando toccherà a lui. E adesso offrimi da bere, il maschio sei tu!’
Ovviamente era un onore da pari. Bevemmo un paio di birre cominciando a pensare alla nostra festa. Dove farla?
‘In comunità’ disse lei, ‘quale posto migliore?’ Già, i ragazzi non avrebbero potuto partecipare tutti altrimenti, alcuni di loro non potevano uscire di lì. E poi c’era una bella sala da ricevimenti e una cucina da ristorazione. Provai a dirle che forse non tutti potevano gradire di incontrarsi in una comunità terapeutica.
‘Scherzi? E’ un posto bellissimo e poi meglio andarci per festeggiare che per altre ragioni, non trovi? Che nessuno sputi in aria, si sa che in faccia ritorna!’ Rise. Finimmo la nostra serata allegramente, arrivammo addirittura a stabilire il menu della nostra festa, niente vino ovviamente, poco male, avremmo brindato con la Schweppes!
Appena a casa mi precipitai sul pc, reciprocità…la prima a saltarmi agli occhi, fu una definizione di Alberoni in merito alla reciprocità in amore ‘La reciprocità d’amore significa che entrambi vogliono assieme ciò che è importante per ciascuno.’ Mi piacque, nei miei amori non avevo mai conosciuto nulla del genere, ma forse, a ben pensarci, non avevo mai conosciuto l’amore. E’ che amore, assieme al rispetto, non ne avevo mai avuto innanzitutto per me stesso. ‘Poco male’, avrebbe detto la strizzacervelli, ‘ora ne hai.’ Mi addormentai con la sensazione che si sperimenta quando ci si imbatte in qualcosa di grande, la stessa che immagino provi uno scalatore quando scorge per la prima volta la dimora delle nevi, le vette dell’Himalaya: il rispetto per se stessi, lo ‘io sono’.
Scivolai nel sonno pensando al So Ham, ‘io sono quello’, il mantra non recitato ma cantato spontaneamente ad ogni nostro respiro. Ogni respiro mi gonfiava ventre e petto di ‘io sono quello’. Quanto diverso era l’io dall’ego, potevo scorgere lo ‘io sono quello’ in ogni forma dotata di respiro intorno a me. Questo ritmo lento e pieno mi accompagnò sin tra le braccia di Morfeo, caro Totò, era dunque ‘livella’ il respiro prima ancora che la tomba…