17. Il caso di Monica


I giorni che trascorrevano tra una mail e l’altra, presero a sembrarmi infiniti, attendevo con impazienza i nuovi casi. Dovevo dare il tempo alla strizzacervelli di analizzare, testare, ma per quanto l’ansia di verificare la sua ipotesi la spingeva a lavorare senza sosta, a me pareva ci impiegasse un tempo eccessivo. Finalmente mi giunse il caso di Monica. Anche questo si apriva con la descrizione del dottore che ce l’aveva inviata.
Incontro Monica diversi anni fa, per una richiesta di sostegno psicologico in una fase critica del suo ciclo di vita.
Monica appare depressa nel tono dell’umore, con prevalenza di vissuti persecutori relativi al nucleo familiare di origine, dove la paziente riferisce di essersi sentita sempre esclusa dal rapporto tra le sue due sorelle, più affini caratterialmente e poco disponibili a coinvolgerla nelle conversazioni e nelle decisioni riguardanti questioni familiari.
Il suo livello di autostima è particolarmente basso, sensibile alle critiche su taluni comportamenti e modalità relazionali, soprattutto se provenienti da membri della sua famiglia. Durante gli anni dello sviluppo e dell’adolescenza, Monica si è sentita sempre sottovalutata o considerata “diversa” dalle sorelle, proprio per le qualità di sensibilità, disponibilità e premura che caratterizzano il suo stile di personalità.
Insicurezza nelle scelte di vita, persistente sensazione di inadeguatezza per quanto attiene alla sua immagine femminile e alle competenze familiari e sociali che le vengono richieste: con tali aspetti critici Monica si confronterà durante il percorso psicoterapeutico, che richiederà l’ausilio temporaneo di farmaci antidepressivi.
Riuscirà ad affrontare, se pure con qualche difficoltà, la fase di distacco dal nucleo familiare di origine, per sposare l’uomo a cui da tempo è legata, elaborando alcune tematiche legate alla sua paura di non essere accettata e al suo costante bisogno di conferme, nonché ai forti condizionamenti dovuti al peso dato al giudizio degli altri, coerenti, di fatto, con il contesto culturale in cui la donna vive.
Le pressanti richieste da parte del marito di progettare la nascita di un bambino mettono a dura prova l’assetto di personalità e l’equilibrio psicologico ritrovato durante l’esperienza della psicoterapia. Monica si ritrova ad affrontare praticamente da sola questa decisione e lo fa in maniera non convinta; riemergono antiche paure e vissuti di inadeguatezza, alimentati anche dal clima relazionale della famiglia di origine del marito. La coppia abita infatti in prossimità dei familiari del marito di Monica, la quale, dal canto suo, vive con altrettanto disagio la distanza dalla propria famiglia.
In questo stesso periodo alcuni episodi di temporanea “assenza” e disorientamento tempo – spaziale inducono Monica ad approfondire l’iter diagnostico clinico, che confermerà la presenza di una forma di epilessia temporale da sclerosi dell’ippocampo.
Le tensioni all’interno della coppia aumentano e ancora una volta confermano la valutazione negativa che la donna ha di sé, come figlia, come moglie e come possibile madre.
Monica ha parlato molto spesso di difficoltà relazionali anche in ambito scolastico e lavorativo, descrivendosi come una persona “lenta” nell’eseguire i compiti, influenzata dalla risposta di approvazione degli altri significativi, in definitiva insoddisfatta del livello di istruzione raggiunto e del lavoro attualmente svolto. Le sue riflessioni in tal senso vengono sempre rapportate ai successi delle sorelle in campo scolastico o lavorativo, in particolare di una delle sorelle, che attualmente insegna in una scuola ed è molto aiutata e sostenuta dalla madre.
Riferimenti alla Griglia proposta dalla dott. Antonella Amodio.

  1. Rapporto critico con i genitori. Parlerei di una attaccamento insicuro-ansioso, con vissuti di non riconoscimento sia da parte della madre che del padre.
  2. Sensi di colpa e di autosvalutazione.
  3. Disistima, ansia da prestazione, sentimenti di vergogna.
  4. Disorientamento (concordanza ampia)
  5. Imbarazzo, timidezza e tendenza all’isolamento.
  6. Inibizione emotiva versus rabbia (concordanza ampia).

Orlando, Monica, inviatami dal dottor Giuseppe Ruggiero, psichiatra e psicoterapeuta, ha mostrato immediatamente posizioni fortemente distoniche e discordanti nei riguardi del suo percorso scolastico.
Raccontava di non essere stata mai particolarmente attratta dallo studio e di non aver proseguito per sua volontà in un percorso universitario, ma, nell’ affermare ciò, i suoi occhi si riempivano puntualmente di lacrime, mostrando chiari segni di un profondo dolore per una carriera scolastica lasciata a metà. Proseguendo nella nostra indagine, Monica mi ha raccontato di aver frequentato per ben due volte, entrambe senza alcun successo, il quinto anno integrativo dell’allora istituto magistrale, al fine di proseguire negli studi. Inoltre si addossava totalmente la colpa di quei fallimenti, dichiarando di essere stata supportata dalla famiglia con una insegnante che la sosteneva nel suo studio pomeridiano, ma che proprio lei non si era impegnata abbastanza. Non si era dunque impegnata o era stato troppo difficile per lei?
Inizialmente le era del tutto impossibile accettare una qualche sua difficoltà nello studio, nel timore di essere giudicata incapace continuava a sostenere la sua scarsa volontà quale causa di quegli insuccessi. Di tutti i casi testati, forse Monica è apparsa la più provata dalle difficoltà scolastiche incontrate e perciò stesso, quali contenuti troppo dolorosi, negate e allontanate alla consapevolezza. Sottoposta al test, sono apparsi immediatamente chiari e severi i segni di un DSA mai riconosciuto. Durante la somministrazione delle prove ha pianto sovente e a lungo difronte alle sue divenute evidenti difficoltà nello scrivere sotto dettatura, nel leggere o nel comprendere un testo appena letto, nonostante i nostri incoraggiamenti e il mio continuo sdrammatizzare e confortare, dichiarando di avere, con i calcoli, i suoi identici problemi.
Accompagnata man mano a prendere consapevolezza del suo DSA, ha potuto finalmente liberarsi del senso di colpa che l’aveva accompagnata per anni: se colpa c’era stata non era certo la sua, ma di quanti non erano stati in grado di capire il suo problema. Confortata dall’apprendere che, con i giusti strumenti e una didattica mirata, avrebbe all’epoca raggiunto i medesimi risultati degli altri, ha potuto cominciare a riscrivere la percezione di totale incapacità che aveva di se stessa. Monica è l’ennesimo caso che mi rimanda l’efficacia della nostra ricerca nell’immediato, rafforzandomi così nel nostro impegno a portarla avanti ma a volte sono stanca Orlando, un po’…
Questo voleva dire che era stremata, la conoscevo bene ormai, ma eravamo al campione di controllo, c’eravamo quasi, doveva tenere duro.

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