16. Il caso di Angelina


Dovetti faticare per distogliere la mia mente da quelle storie, da quei nomi, da quelle persone che mi sembravano così familiari, quasi, pur non avendole mai neppure viste, le conoscessi da sempre, per dedicarmi a numeri, proporzioni, frequenze, percentuali. Nei giorni a seguire incontrai più volte la strizzacervelli per confrontarci rispetto alla griglia, doveva riassumere le caratteristiche salienti che si evincevano, pur se in misura diversa, dai vari disturbi psicologici dei casi testati. Riconoscemmo dunque la ricorsività di alcuni tratti tra cui stati depressivi, crisi di ansia, ansia da prestazione, senso di estraniamento, quadro dell’’incompreso’, senso di solitudine, insicurezza patologica, disistima profonda di sé, rabbia repressa o agita, fobie, paure profonde, quale quella di inadeguatezza e quindi dell’abbandono, bisogno patologico di piacere e/o di essere al centro dell’attenzione, dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze psicotrope o da comportamenti compulsivi, comportamenti autolesivi, disturbi del sonno e/o dell’alimentazione, somatizzazioni ecc., e costruimmo la nostra griglia. Essa doveva contemplare tutti questi tratti psicologici che alla strizzacervelli parevano poter essere indicatori di un percorso altamente frustrante che i testi diagnostici di DSA avrebbero oggettivato.

Fase B.

Costruita la griglia, passammo dunque alla fase B, la strizzacervelli la sottopose ad alcuni colleghi, tutti specialisti afferenti a diversi approcci, alcuni con specifiche competenze relazionali, altri neuropsichiatriche, altri ancora con un’esperienza pluridecennale rispetto alle dipendenze da sostanze psicotrope. Questi erano i dottori: Marilena Bencivenga, Mimmo Maggi, Giuseppe Ruggiero e Nadia Sanza.
Ben presto il campione di controllo fu pronto. Ci arrivarono altri 17 casi inviatici in base agli indicatori psicologici che avevamo individuato, la strizzacervelli e il suo staff li testarono: risultarono tutti DSA, alcuni in grado severo e affatto compensato. Ripresero le mail della mia strizzacervelli con la descrizione di ciascuna storia. La prima iniziava direttamente con quanto ci aveva scritto la dottoressa Sanza ‘Orlando caro, ti invio quanto ho ricevuto e poi a seguire le mie riflessioni, buona lettura e…grazie sempre!’
Angelina è una donna sulla quarantina, inviatami da uno psichiatra che me la affida, preoccupato dalla sua depressione severa. È diventata madre da circa nove mesi, ma non sta affatto bene.
Tutti, nella sua numerosa famiglia sono preoccupati per lei. Arriva al mio studio accompagnata dal marito e sembra camminare “sulle uova”. E’ confusa, spaesata. Durante il nostro primo colloquio il marito parla per lei, raccontando che passa molte ore a letto, che è sempre triste e che non riesce a riprendersi.
In questi ultimi mesi è facile al pianto, si sente malinconica ed è come se non volesse più vivere. Sono mesi che sta così e non può permetterselo, anche per il bambino. Ha già intrapreso una farmacoterapia senza grossi miglioramenti.
Per i colloqui che seguiranno concordiamo che A. venga da sola, ma la prima volta si perderà, non riuscendo a ritrovare il mio studio, manifestandomi poi con molta apprensione che non ha un buon senso dell’orientamento. Successivamente A. esprimerà di essere alquanto spaventata, turbata in generale, nonostante l’appoggio dell’uomo con cui condivide da anni una vita matrimoniale felice e sicura, affermerà di non sentirsi affatto in grado di accudire suo figlio e, non fidandosi di se stessa, di credere di non poter essere una buona madre. Sperimenta tanta paura “perché ci sono troppe cose da fare per il bambino”, soprattutto “troppe cose da decidere” e lei non se la sente. Il futuro, il suo futuro di madre, la terrorizza. A. vorrebbe stare sempre a letto, chiusa in se stessa, lontana da tutto e soprattutto da quel bambino che tanto la coinvolge, la chiama alla vita e la spaventa: un atteggiamento invalidante per lei, poiché le toglie autonomia e gioia, ma pesante anche per il marito e per tutta la sua famiglia: madre e sorelle sono impegnate da mesi ad accudirla, farle compagnia e pensare al bambino che lei, talvolta, non vuol neanche vedere.

Ma il disagio che la nascita del figlio ha scoperchiato in Angelina sembra non limitarsi alla maternità, infatti afferma: “Mi sento inferiore da sempre”, “mi tiro indietro… non voglio fare le cose”. Angelina manifesta quindi una forma estrema di evitamento e di ritiro dalla realtà. Da anni sperimenta, oltre alla depressione ed alla paura, emozioni di vuoto, di rabbia e di profonda angoscia.
Indagando meglio in merito alla sua infanzia ed alla sua famiglia d’origine, evidenziamo che si è sempre sentita amata ed accettata, anzi riconosce di essere stata anche molto “coccolata” e protetta in famiglia. E’ penultima figlia di una numerosa serie di fratelli e sorelle ed è cresciuta come la piccolina di casa. Ciò le ha evitato alcuni dei dispiaceri che i bambini inevitabilmente vivono quando si misurano con la realtà, ma anche una serie di occasioni per sperimentarsi e costruirsi un’idea di sé come persona capace e competente. In seguito, Angelina descrive le sue convinzioni profonde: “non vali abbastanza”, “non parli abbastanza”, “non sei capace di fare le cose che le tue sorelle fanno”, “sei diversa dagli altri”. Ha preoccupazioni legate all’idea di non essere capace tanto quanto gli altri, o piuttosto all’idea che ci sia “qualcosa che non va” in lei stessa. Afferma sconfortata: “Non credo di valere come persona e se non valgo come posso sperare di avere successo come madre?”. Non è un caso che, forse troppo protetta e ritirata, qualcuno in famiglia pensava che avrebbe potuto farsi suora.
Dopo qualche tempo che la nostra terapia procedeva senza riuscire ancora ad individuare nella sua storia le radici di una percezione di tale inadeguatezza di sé, vengo a contatto con la dottoressa Amodio, che stava procedendo nella sua ricerca che ipotizzava un percorso scolastico altamente frustrante quale elemento traumatico. Guardando la griglia con gli indicatori psicologici che stava elaborando, riconosco in quegli indici alcune caratteristiche che contraddistinguono Angelina e mi risolvo a verificare questa ipotesi.
Quando cominciamo a parlare del periodo in cui frequentava la scuola Angelina racconta con imbarazzo che a scuola andava male: “perché non volevo studiare”. Approfondiamo ed emerge che ha sempre sperimentato tanta fatica a scuola: se c’era da leggere doveva farlo più di qualche volta per capire cosa ci fosse scritto, faceva tanti errori nella scrittura, mentre non aveva problemi se la maestra raccontava o spiegava oralmente. Ricorda che si sentiva in colpa quando non riusciva in qualcosa a scuola, eppure tutto le veniva presentato come facile ed automatico: si sentiva colpevole e difettosa, perché tanti altri bambini procedevano spediti.
Era profondamente dispiaciuta e umiliata per questo e cominciò a convincersi di non essere portata per la scuola. Non voleva parlarne con nessuno, temendo di essere giudicata male. Ben presto cominciò a provare vergogna di stessa più in generale e a sentirsi profondamente inadeguata in tutto, non solo riguardo agli apprendimenti scolastici, proprio come persona. Soprattutto temeva di deludere suo fratello maggiore che, avendo studiato fino al diploma superiore, faceva da tutore a tutti gli altri più piccoli, essendo i loro genitori poco istruiti. Sapeva che lui non poteva essere contento di lei e questo la addolorava.
Durante gli anni della scuola elementare Angelina non si integrava con gli altri ed era molto timida. Sperimentava una grande paura di non sapere le cose e si sentiva sempre in agitazione, non andava a scuola volentieri. La maestra prima e i professori dopo la “lasciavano stare” continuavano ad andare avanti con e per coloro che riuscivano meglio di lei. In III elementare si arrivò a dire, ed è rimasto scritto in pagella, nel giudizio finale, che l’allieva presentava una “immaturità psichica”. Nel lavoro psicoterapeutico emergerà la dolorosa consapevolezza di aver ingoiato tanta rabbia in quegli anni, tanto che non vedeva l’ora di smettere di studiare e di andare a lavorare. A. ammette che voleva dare soddisfazione al fratello, ai genitori, a se stessa ma nessuno mai le disse che, se non a scuola, poteva essere brava in altro.
Quando le ho chiesto della scuola materna, ella ha risposto con chiarezza “Lì non ho avuto problemi”. A questo punto in me si comincia a delineare sempre più chiaramente l’idea che Angelina, cresciuta negli anni 70’ in un paesino vicino ad un piccolo capoluogo di provincia, possa aver sofferto delle conseguenze di un DSA non riconosciuto. Ciò spiega la sua difficoltà a scuola, le sue paure ed il suo evitamento, la sua bassa autostima ed il senso di un “sé difettoso e incapace” che la tormenta da anni e che le impedisce di vivere appieno la sua vita e la sua maternità. Dopo averle parlato ed averle giustificato la mia ipotesi, le propongo di consultare la dott.ssa Amodio.
Quest’ultima conferma la mia ipotesi e mi aiuta a rendere consapevole Angelina della realtà dei fatti: A. non è sempre cresciuta sentendosi “piccola”, inadeguata, schiacciata dalle cose da fare e dagli altri, che immaginava potessero avere il sopravvento su di lei. Un preciso evento nella sua infanzia ha impattato sul suo umore, sulle competenze sociali, sulla sua autostima ed ora sulle sue sicurezze in quanto madre. Angelina ha imparato a credere “di non essere all’altezza” quando ha cominciato a frequentare la scuola elementare, quando cioè è iniziato il confronto con gli altri coetanei sui banchi di scuola a proposito di letto-scrittura e quando le maestre, ignare ed impreparate, hanno bollato questa sua difficoltà come “immaturità psichica”. In quel momento si è sentita di “serie B”. L’“immaturità psichica” formulata dalle maestre corrispondeva ad un drammatico vissuto psicologico: “non vado bene a scuola, sono solo una somara, dunque non ce la farò mai nella vita!”.
Dopo questa conferma della specialista, continuiamo spedite in terapia il lavoro di disvelamento e di rilettura della sua storia. Angelina prende ogni volta sempre più consapevolezza delle sue emozioni e riformula le sue difficoltà infantili, ricostruendo la sua immagine di sé, profondamente ferita dal suo precoce, quanto inspiegabile insuccesso scolastico.

A. rilegge e comprende perché da ragazza anche il solo andare al supermercato era “una fatica” per lei, che voleva stare sempre in casa, al riparo di madre e sorelle. Riesce a capire perché oggi, ormai adulta, quando si ritrova in mezzo ai bambini, prova forte timore e soggezione, come se fosse ancora bambina ella stessa. Si spiega perché fosse così sorpresa di riuscire a prendere la patente e a portare la macchina: tutto ciò le è sempre sembrato strano, non coerente con l’idea distorta che si era, negli anni, costruita di se stessa. Il fatto di non aver riconosciuto il DSA l’ha portata a non sentirsi sicura, ad evitare e a non riuscire ad imparare ad avere fiducia in se stessa, a non rischiare nel mettersi in gioco e a sperimentarsi, a non crescere e cambiare, anche grazie ai suoi errori.
E finalmente si accorge che di fronte alla rivoluzione che comporta per ogni donna il diventare madre, il suo senso di identità ferito non ha retto e non le ha permesso di fidarsi di se stessa e inventarsi il suo proprio modo di esserlo.

Affiorano a questo punto in terapia i ricordi di alcuni momenti della sua vita in cui lei era capace e competente, come quando ha lavorato per anni in un negozio, spostandosi in autonomia dal suo paese e riuscendo ad essere efficiente. Nel corso di pochi incontri Angelina smette di pensare solo ai suoi fallimenti ed alle sue incapacità e ricorda, reinterpretandola con nuovi occhi, di quella volta in cui, in pieno inverno, lei – di sei o sette anni – con le sue sorelle, andò a portare da mangiare al padre che era in campagna a sistemare il salame. Sulla strada le colse una bufera di neve. Angelina racconta di essere riuscita a dare coraggio alle sue sorelle. Finalmente ora smette di stupirsi di se stessa, smette di meravigliarsi di non aver avuto alcuna paura in una situazione molto difficile.
Dopo pochi altri incontri, il suo umore si stabilizza, le sue energie ritrovano vigore, incomincia a prendere iniziative autonome e a congedare le sorelle per le routine quotidiane con il figlio, ricomincia a guidare e ad uscire anche da sola, come non riusciva più a fare da tempo. La psicoterapia viene velocemente conclusa e nel follow up verifichiamo che il suo equilibrio psicologico e la sua serenità vengano mantenuti, nonostante la graduale riduzione dei farmaci.
Ora Angelina è una donna serena e sicura, pronta ad affrontare la sfide della maternità in autonomia, fiduciosa di potercela fare anche se, in una lunga prospettiva che prima la angosciava, pensa al periodo in cui poi suo figlio dovrà, a sua volta, andare a scuola.

‘Caro Orlando, ho poco da aggiungere a questa descrizione così particolareggiata, se non sottolineare ancora quanto le cause dei disturbi psicologici non risalgano necessariamente alle prime relazioni in ambito familiare. L’ambiente familiare di Angelina bambina era stato caldo, supportante, l’evento traumatico alla base dei suoi disturbi in età adulta, era stato proprio il suo percorso scolastico.’
Questo caso, con la remissione di sintomi così severi in uno spazio di tempo tanto breve, mi rimandava l’immediato beneficio tratto da tutti coloro che si erano sinora sottoposti alla nostra ricerca. Una conferma di come, vagliare tra le altre ipotesi, l’eventualità di un percorso scolastico traumatico, potesse agevolare l’iter terapeutico di quanti lo avessero effettivamente subito e di come, una diagnosi di DSA, per quanto tardiva, potesse avere importanti ricadute sul benessere psicologico di queste persone. Tutto questo era partito da me, io ero stato il ‘la’, mi sentivo un eroe, d’altronde il mio era un nome da eroe, eroe innamorato ma della vita questa volta. La strizzacervelli il mio Astolfo. Quanto presero a sembrarmi lontani i tempi del mio mal di essere…
Orlando, il secondo caso che mi ha inviato la dottoressa Sanza è quello di Luigi. Forte dell’esperienza con Angelina, la dottoressa ha potuto ipotizzare che, nonostante i buoni risultati scolastici, dietro le numerose manifestazioni di disagio psicologico di Luigi, compreso diverse somatizzazioni e un crescente isolamento dai compagni, vi fosse un DSA non riconosciuto da alcuno. DSA puntualmente confermato dalla diagnosi effettuata anche questa, data la giovane età di Luigi di appena otto anni, dal SSN.
Di questo caso, mi piace sottolineare un paio di elementi interessanti. Il primo riguarda la riuscita scolastica: è da tempo che continuo ad insistere che andare male a scuola non è il solo indice che deve indurci a sospettare un DSA nei nostri studenti, deve farlo ugualmente una loro eventuale sofferenza psicologica a fronte di risultati scolastici comunque soddisfacenti. Spesso agli insegnanti non è dato di capire l’eccessivo sforzo impiegato nel raggiungerli, il prezzo pagato troppo caro. Nel corso di tutto il lungo periodo di vita considerata età scolare, gli studi restano l’elemento più importante della vita dei ragazzi, è sempre bene analizzare affondo le dinamiche scolastiche che li vedono partecipi. Il secondo elemento riguarda le figure genitoriali: in questo caso ci siamo trovati di fronte a due genitori socialmente e culturalmente ben attrezzati, capaci di sostituirsi agli insegnanti nella valutazione delle difficoltà scolastiche del figlio e di intercettare il suo disagio psicologico. Lavorando molto nelle scuole, accompagnando tanti ragazzi e bambini a diagnosi, uno dei dati che mi è sempre balzato agli occhi è la quasi sempre completa contrapposizione tra famiglie e scuola. Quando la famiglia ipotizza, se non addirittura presenta una diagnosi di DSA alla scuola, questa reagisce negandola, colpevolizzando i genitori di eccessiva attenzione, ansia e intromissione in percorsi didattici che non sono di loro competenza. Quando di contro è la scuola che individua in un ragazzo un eventuale DSA, suggerendo un iter diagnostico, è la famiglia che reagisce tacciando gli stessi di incapacità professionale: ‘nostro figlio è intelligentissimo, sono loro che non capiscono niente!’ Sarebbe importantissimo un lavoro sinergico e invece, quasi ognuno sentisse invasi i propri spazi di competenza, si innesca un contraddittorio di cui ovviamente, ne pagano le spese i bambini.
Tornando al piccolo Luigi, in fondo la sua fortuna sono stati due genitori che hanno potuto essere attenti al disagio psicologico che aveva preso a manifestare, in possesso di tutti gli strumenti culturali ed economici necessari per capire ed intervenire, potremmo dire quasi a dispetto della scuola. E quando non è così?
Non potei evitare di pensare ai mie, persone di un’altra generazione, affettuosi ma umili, desiderosi di darmi un futuro migliore ma incapaci di affiancarmi negli studi. Certo, quanto dolore mi sarei risparmiato io e loro con me, se solo si fosse capito allora piuttosto che giungere ad una diagnosi a cinquant’anni passati. Ma non sarei stato l’eroe che ora sentivo di essere, la vita ti toglie e ti da…

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