15. Il caso di Chiara


La descrizione di questo caso cominciava direttamente con le parole della protagonista “..si dice che Giacomo Leopardi si facesse legare alla sedia per obbligarsi a studiare. E’ cosi che si ottengono i risultati nella vita, con forza di volontà e sacrificio.” ..mi ripeteva mio nonno e io ci ho creduto. SACRIFICIO e VOLONTA’
“..di fronte alle difficoltà si insiste e si tira fuori la grinta. Così fanno le persone di carattere che vogliono arrivare da qualche parte nella vita..”mi diceva mio padre. SACRIFICIO VOLONTA’ e CARATTERE.
Per mio padre non sono mai stata una persona di carattere ma io ci ho sempre provato ad aggredire i problemi e superarli. Sacrificio e volontà mi ripetevo quando leggevo le pagine dieci volte e le parole finivano da qualche parte nel mio cervello senza che riuscissi a recuperarle quando mi servivano. CONCENTRAZIONE. Devo fermare il pensiero sul concetto da imparare, entrerà in testa prima o poi. SACRIFICIO e VOLONTA’. Fermare tutti questi pensieri che partono come grilli saltellanti di qua e di la; scacciare le immagini che si infiltrano e mi proiettano altrove. Tenere fermo il pensiero. Il concetto da imparare. Entrerà in testa e lo fermerò sulla carta, con una sola parola. Lo metto in uno schema, un concetto dopo l’altro con le frecce che mi indicano il percorso così posso tenere i concetti tutti insieme, in uno spazio mentale ristretto che sia più facile da gestire. Ma anzi che sentire la mente che si apre, la sento chiudersi su quello schemino, percependo la rigidità dei pensieri incanalati come espressione innegabile di stupidità. MEMORIA. Ripetere ripetere ripetere perchè i concetti siano ancora li quando mi interrogheranno, quando mi faranno una domanda sullo schema e io dovrò sapere subito di quale casella si tratta e seguire il percorso delle frecce, velocemente, perchè non si accorgano che in realtà non so, che i concetti sono trattenuti a stento in questo spazio ristretto, che sono appesi e possono cadere da un momento all’altro, sparire come è successo già tante volte… non ho intelligenza sufficiente per trattenere quel concetto oltre il tempo dell’ interrogazione.
Colori, disegni, appena chiudo gli occhi la mia mente trasforma ogni cosa che guardo in un disegno. La realtà filtrata dai miei occhi e magari dalle mie mani. Un paesaggio, una foglia..le opere d’ arte della natura che vorrei guardare fino a poter chiudere gli occhi ed evocarle uguali, trasformarle e fissarle su un foglio. La realtà attraverso i miei occhi, attraverso le mie mani… la mia testa. Via, via questi pensieri, queste immagini, colori che mi distraggono dal concetto. CONCENTRAZIONE. Ferma, devo stare immobile davanti al libro come se fossi legata alla sedia, legare il corpo per obbligare la mente. Come Leopardi: volontà e sacrificio. Come le persone che hanno carattere e non si arrendono alle difficoltà. Se fossi intelligente non servirebbe tutto questo, la concentrazione verrebbe naturalmente e i contenuti entrerebbero in testa e si accomoderebbero al loro posto, ed io saprei di trovarli li. Aridi, definiti, magari inutili. Sapere cosa so di sapere. Questa sarebbe la magia.
Fame, sonno, anche il corpo ci si mette. Ho letto che gli spartani tempravano il corpo per temprare lo spirito. Forse può aiutare anche me a fermare il pensiero dove serve, a mandare via gli intrusi dalla mente. Il concetto da imparare, interrogazione, avere carattere, superare le difficoltà a qualunque costo. Doccia gelata tutte le mattine, aiuta a mantenere il corpo contratto. Tutti i muscoli tesi. Controllo. Controllo. Pancia in dentro. Chi ha carattere è magro, non si lascia andare ai bisogni. Senza mangiare uno due tre giorni. Controllo, del corpo e del pensiero.
Università. Come lo spiego che non ce la faccio, che ho paura. “..in questa società per non essere uno qualunque devi prima di tutto essere laureato..” si papà. Ho bisogno di aiuto, il vuoto nella mente ormai è totale. Uno specialista, un tecnico che capisca che c’è che non va nel mio cervello, magari si può ancora fare qualcosa, forse non è troppo tardi. Come lo spiego a mio padre che ho bisogno di aiuto, che non è vero che il problema è che non ho grinta. Uno psicologo.
“. ..per persone come te che non hanno particolari inclinazioni si consigliano facoltà come giurisprudenza, che sono adatte un pò a tutti…io sono un tecnico, è la mia materia. Tu hai un intelligenza nella media. Se leggi le cose due volte le capirai meglio, se no leggile tre volte o tutte quelle che ti servono.. non devi dubitare della mia parola.”
“dott nel mio cervello c’è qualcosa che non va. Riesco a studiare al massimo 20 minuti poi mi assale il sonno e devo dormire una mezz’ora. Mi addormento sul tavolo poi mi sveglio e ricomincio a studiare ma dopo 20 minuti crollo di nuovo e continuo così tutto il tempo in cui studio, ci metto ore per fare poche pagine…
“l’attenzione dura 20 minuti quindi sei nella norma, migliorerai con l’allenamento. Il sonno è una risposta emotiva all’ansia. Hai superato diversi esami su questo dato di fatto devi cominciare a costruire una certa serenità, che hai un’intelligenza nella media e quindi puoi fare quello che fanno tutti, non puoi negare la realtà.. Poi andrei a perfezionare il metodo di studio, è solo questione di memorizzare meglio, devi ripetere 3 volte ad alta voce ogni paragrafo che leggi. Inoltre sarebbe utile studiare di più la mattina, si è visto che si rende meglio. La sera devi uscire e distrarti.”
I miei sono problemi emotivi, devo gestire l’ansia. Doccia fredda. Studiare di più, alzarsi prima la mattina per recuperare ore di studio buone. Quelle della mattina sono meglio di quelle della sera. Ripetere ad alta voce. Camminare mentre si ripete così da contrastare il sonno. VOLONTA’ e SACRIFICIO. Chi ha carattere reagisce alle difficoltà.
“Dott. ci metto anche tre giorni per 5 pagine, sono stanca. Troppo stanca.”
“ Hai provato il fosforo o qualche altro integratore? La tua è una stanchezza da ansia, devi gestirla meglio, e poi non sei sufficientemente allenata…”
A me piace la poesia, ricamare e cucirmi i vestiti che mi disegno da sola. Mi piacciono i fiori e le foglie, mi piace disegnarli. Vorrei tanto saper fare i ritratti.. Distrazioni futili? Di chi non ha particolari inclinazioni come mi ha detto il Dott..
Foglio bianco, dove sono i miei colori, la realtà filtrata dalla matita. Foglio bianco..e nemmeno una linea. Ora la realtà è li ferma senza sfumature, senza attrattive. Non ho voglia di guardarla.. Foglio bianco…e bianco resta. Il pensiero è fisso sull’obiettivo, il concetto è stato memorizzato e imparato senza divagazioni. Gli esami tutti superati con buoni voti.
Ho 41 anni, ho letto e studiato molti libri, il foglio è ancora bianco ed io a volte sogno disegni e colori ma solo quando dormo. La percezione che ho è di una persona menomata della creatività, vorrei più di ogni altra cosa riuscire a disegnare e ritrovare i miei colori. I paesaggi che prima guardavo per ore come fossero quadri incarnanti i miei stati d’animo ora mi scorrono indifferenti. Non c’è bellezza intorno a me. Non c’è suggestione nè magia.
Ma sono diventata efficiente, e ho alti livelli di resilienza.
Il foglio è bianco, ho tentato tante volte di riappropriarmi di questa parte di me, la mano partiva per tracciare un segno ma nella testa non ci sono immagini da seguire, gli occhi non sanno scrutare la realtà. Quando provo a disegnare l’ansia mi assale, a volte è così opprimente che devo fuggire. I risultati non sono mai soddisfacenti, se comincio a fare e faccio male non tollero di non essere la più brava, se comincio a fare e faccio bene mi prende il terrore di rovinare tutto.
Quando dormo sogno disegni bellissimi che rappresentano le mie emozioni, sogno racconti incredibili e mi vengono tantissime idee. E’ quella parte di me, la creatività, che mi chiama…anche se il foglio resta bianco.
Questo il racconto di Chiara, scritto di suo pugno Orlando, non l’ho cambiato di una virgola. Oggi è una professionista piuttosto brava nel suo lavoro, è molto competente, solo, soffre di depressione… E’ in cura presso di me da diverso tempo, combattiamo insieme contro il grigio che attanaglia la sua esistenza, lo psicologo che l’ha seguita per anni, il dottore che lei richiama di continuo nel suo racconto, la congedò anni fa, dopo averle consigliato un sostegno farmacologico, dicendole che ormai era tutto a posto: qualche goccia ogni giorno e l’equilibrio era raggiunto. Niente da dire sul sostegno farmacologico, a volte serve anche quello, ma l’equilibrio Chiara non l’aveva certo raggiunto, nemmeno con i farmaci. La consapevolezza di Chiara in merito alle sue difficoltà di apprendimento è sempre stata sorprendente ma lo psicoterapeuta che la seguiva non aveva alcuna idea di ciò che lei andava dicendo con tanta chiarezza. Quasi per lui non fosse possibile che la causa del suo malessere psicologico risedesse proprio nel suo particolare stile di apprendimento. Chiara parlava di memoria, concentrazione, lettura come sinonimi di intelligenza e lui la supportava in questa idea, dicendole che la sua intelligenza era nella media per non dirle che era ai limiti della normalità. Continuava a spronarla esattamente come aveva fatto il padre anni prima, tralasciando quanto già richiamato circa il rischio di ‘ritraumatizzare il paziente in terapia non individuando nella realtà l’evento traumatico e riportandolo invece alla sola realtà intrapsichica, egli non teneva in alcuna considerazione il prezzo che la giovane era costretta a pagare seguendo le sue indicazioni. Il prezzo pagato, è una questione che mi sta molto a cuore, è un concetto che in alcun modo riesco a trasferire nei miei interlocutori, docenti o genitori che siano. Invano a questo proposito il mio citare ogni volta una delle storie che mio padre, campano, soleva ripetermi da bambina. Narrava dei cavalli di un certo monsignore e del suo diminuire loro man mano la biada senza alcuna apparente conseguenza, salvo, un giorno, trovarli morti nella scuderia mentre lui si lamentava di averli persi proprio quando era riuscito ad abituarli a non mangiare… Può darsi che lo sforzo, la determinazione possa far raggiungere gli obiettivi decisi, ma a che prezzo? Assisto continuamente ad adulti che, difronte ai risultati raggiunti da alunni con DSA, chiedono loro sempre di più… ‘Siamo sicuri che è dislessico? Va meglio degli altri, perché il pc, la calcolatrice, un tempo aggiuntivo, le mappe e via dicendo? ’ Senza curarsi minimamente del fatto che i risultati raggiunti sono costati comunque sforzi e sacrifici anche avvalendosi degli strumenti compensativi e che levarli nel momento in cui si raggiungono i risultati attesi proprio grazie ad essi, è un vero non senso. Questo caso consente inoltre di toccare con mano quanto il nostro cervello sia complesso e delicato, la paziente in questione, dotata di grandi doti artistiche sin da bambina, dopo i grandi sforzi compiuti per piegare le sue strategie a quelle di uso più comune, non è stata più in grado, con suo grande dolore, come lei stessa racconta, di dipingere, disegnare, di lasciare alcuna traccia artistica su un foglio che per lei rimane ormai inesorabilmente bianco. Cosa abbiamo mai fatto? Ancora una volta mi pare di imbattermi in un muro, il convincimento che il sistema utilizzato dai più non solo sia quello ‘normale’, ma quello da perseguire a tutti i costi anche se a discapito di altre elevate capacità che rischiamo così di perdere. Non è contro questo o quel protocollo medico che si leva la mia voce, ma contro questa idea di fondo che sustanzia metodiche che, piuttosto che piegare le strategie didattiche agli individui, costringono questi a quelle, costi quel che costi. Questa paura del diverso, questo bisogno di omologare tutti, nelle forme, nei sogni, nei cervelli, spinge continuamente la nostra società a mortificare le specificità, spesso grandissimi doni buttati al vento. Il fine di ogni forma vivente, è esprimere al meglio e al massimo le proprie potenzialità. Le proprie, non quelle di un altro, non ci può essere alcuna felicità tradendo se stessi per aderire a qualcos’altro che in fondo non ci appartiene.’
Quest’ultima storia, dulcis in fundo, mi lasciò in bocca l’amaro delle cose perse per sempre, mi ritrovai a pregare per Chiara, perché con la strizzacervelli potesse in analisi ritrovare se stessa bambina, barattata un giorno di tanti anni prima per raggiungere scritti e parole che ai miei occhi non avevano più alcun senso rispetto al prezzo che erano costati. Pensai ai sogni a cui spesso ci chiedono di rinunciare. Non sono dunque i sogni, la fantasia, la fiducia, che da sempre hanno permesso all’uomo di oltrepassare il muro, di disegnare macchine a vapore o volanti quando ancora si andava a dorso di mulo, di sognare di sommergibili e capitani Nemo e di viaggi al centro della terra, tutte cose che l’uomo avrebbe poi realizzato davvero? Gli antesignani del volo furono i fratelli Wright o Icaro? Il primo uomo che andò sulla luna fu davvero Armstrong o fu invece Astolfo? O quali ancora prima di lui? Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, né qui nulla può esistere che non sia stato sognato almeno una volta eppure spesso ci viene chiesto di rinunciare a tutto questo, ci viene chiesto di rinunciare a noi stessi…

< 14. Ultimi due casi della strizzacervelli
16. Il caso di Angelina >