14. Ultimi due casi della strizzacervelli


Orlando caro, credo che questi casi possano essere sufficienti per la griglia che vogliamo costruire, ti invio dunque gli ultimi due di quelli rilevati nel mio lavoro di psicoterapeuta così che si possa procedere a strutturare la griglia. Sono entrambi casi particolari, l’ultimo lo lascio così come me lo ha inviato la mia paziente. Ho chiesto a lei, dopo averla testata, di scrivermi della sua storia scolastica. Scrivere è un sistema che può aiutarci ad oggettivare elementi rimasti inespressi e divenuti quindi profondi segni dell’anima. Scriverli, renderli espressi, può aiutarci a cancellarli dal cuore. Questo primo caso, quello di Amanda, occupa un capitolo a sé, perché vorrei sottolineare con esso l’importanza di interventi mirati ed immediati, poiché ritengo che aspettare una diagnosi alla fine della seconda classe della scuola primaria sia una follia. Già nella scuola di infanzia possiamo rilevare i primi segnali di uno stile di apprendimento diverso, che prediligerebbe altri canali rispetto a quello della letto-scrittura. In questi anni dunque, nel periodo di maggior plasticità del cervello, si deve provvedere a rafforzare i prerequisiti che sottendono queste abilità, e soprattutto evitare che si formi il quadro psicologico che prende a connotare un bambino che incontra difficoltà scolastiche, con un disagio psicologico che presto diviene ben più inficiante delle sue disabilità. A questo proposito vorrei descriverti il caso di Jaya, mia nipote. La bimba mostrava sin da piccola una vivacissima intelligenza, il suo eloquio era stato subito spedito, il suo vocabolario ricco, solo una cosa attirava la mia attenzione: a volte invertiva le sillabe nel pronunciare alcune parole, cogio per gioco, tevelisione per televisione e così via. Poco male a tre anni, ma per lei vi era familiarità: nonna, zia e papà con DSA. Così presi semplicemente a tenerla sott’occhio. Jaya aveva cominciato prestissimo il suo percorso scolastico, prima nel nido, quindi alla scuola di infanzia. Da sempre era la prima nelle varie attività proposte, ma l’ultimo anno aveva preso a non andare a scuola volentieri come un tempo, mostrava frequentemente sintomi come mal di pancia ecc. Le maestre cominciarono a lamentare la sua eccessiva vivacità, sino a ritrarla come un leder in negativo. Durante le vacanze di Natale di quell’anno, la piccola mi confidò che avrebbe voluto mettere una bomba sotto la sedia di una delle maestre, e per me fu abbastanza. Mi informai circa le attività che stavano svolgendo in quel periodo: pregrafia. Inutile dire che avrei qualcosa da obiettare circa il senso che davano alla pregrafia, per loro era semplicemente cominciare a scrivere. Le lettere che Jaya tracciava sui fogli erano alla rovescia, a specchio per intenderci, confondeva la ‘pancia’ della d con il ‘sedere’ della b e non manteneva il benché minimo allineamento sul foglio. Chiaro segnale di un orientamento nello spazio non ancora adeguato, chiaro ma evidentemente non a chi avrebbe dovuto saperne molto di più su questi elementari presupposti. Provai a dire alle maestre che potevamo trovarci difronte ad una difficoltà specifica, la loro risposta fu che la bambina, semplicemente disordinata, pasticciona ed irrequieta, disegnava spesso figure umane con le braccia aperte, per loro un chiaro segnale che il problema risiedesse nella sua sfera affettiva. A loro parziale discolpa, voglio dire che la maggior parte dei docenti e più in generale delle persone, è mossa dal riconoscimento delle buone capacità intellettive dei bambini e dal ritenere che ricondurre tali difficoltà incontrate a note caratteriali piuttosto che a disabilità specifiche, li tuteli dal mettere in dubbio la loro stessa intelligenza. Ciò, però, non può scusare l’ignoranza di persone di scuola in merito a fenomeni studiati in Italia ormai da più di trent’anni, oggi addirittura tutelati con una legge nazionale e largamente diffusi dalla stesura di specifiche linee guida.
Presi a lavorare con lei con tutta una serie di giochi corporei che miravano all’acquisizione dei concetti di ‘avanti’, ‘dietro’, ‘sopra’, ‘sotto’ ecc., quindi alla manipolazione delle letterine con la pasta di sale e poi grandi disegni al muro dove il basso era il basso del suo corpo perché doveva piegarsi e l’alto, l’alto del suo corpo quando era costretta a sollevarsi in punta di piedi. Insomma, tutta una serie di attività giocose che la vedevano percepire nel corpo quei segni che poi avrebbe dovuto trasferire sul foglio, pregrafia appunto. A fine anno scolastico per me la bambina non era pronta ad affrontare la primaria, il suo rapporto con la scuola non era migliorato, anzi, scordava libri e materiale vario a casa, in classe a dire delle maestre disturbava continuamente…. Jaya era dei primi di gennaio, si poteva ritardare il suo ingresso alla primaria, provai a proporlo, ovviamente con il suggerimento di un cambio di scuola di infanzia perché, vedendo andar via la maggior parte delle sue amiche, non vivesse la cosa come una sorta di ‘bocciatura’ e poi perché avevo qualcosa da ridire sui metodi di insegnamento adottati in quell’istituto. Fu chiesto a lei cosa preferisse fare, scelse un altro anno di asilo, e questo dovrebbe dircela lunga sulla percezione che già aveva di sé come scolara. Non fu semplice convincere nessuno, per prime le maestre della nuova scuola di infanzia, che avrebbero voluto inserirla al primo anno della loro primaria per non farle perdere un anno. Perdere cosa? Qualcuno mi spieghi la fretta di cominciare il percorso scolastico, io non ho mai capito che tipo di medaglia finisca in petto ai genitori dei famosi ‘anticipatari’. Puntai i piedi: era mia nipote, potevo permettermelo. A settembre Jaya cominciò nella nuova scuola di infanzia. Immediati i primi risultati: naturale, era più grande della maggior parte dei compagni, ripeteva un percorso già fatto e aveva eseguito un trainer di potenziamento circa i prerequisiti della letto-scrittura. Fu subito la prima della classe. Al primo incontro scuola-famiglia era già descritta come il leder in positivo, ciò che è rimasta per tutti gli anni a seguire in quella scuola, sino al termine della sua seconda, terminata la quale si è trasferita in Australia, dove continua ad eccellere negli studi, pur avendo cambiato lingua.
Non so e non mi interessa se abbia o meno un Dsa, se l’abbia compensato, se era un falso positivo, so solo che per un pelo non è andata in sofferenza e che ci siamo evitati un percorso scolastico che di sicuro sarebbe stato una guerra sino almeno alle superiori. E che, come tutte le guerre, avrebbe lasciato profonde cicatrici.
E’ appunto questo che è successo ad Amanda, che diversi anni fa era stata una mia alunna del liceo, in terzo, l’anno di studi forse più complesso. Il suo professore di lettere, appena avutala come discente di quell’inizio triennio, mi esternò le sue perplessità: studiava tanto, ne era certo, ma rendeva poco. Timida, riservata, sempre attenta e silenziosa, spesso incline al pianto, mortificata dai suoi risultati appena sulla sufficienza, gli dava da pensare che qualcosa non andasse. Questo anche per sottolineare quanti professori attenti e sensibili ci siano e ci siano sempre stati, per fortuna. Presi ad osservare Amanda, mi apparve chiaro tutto dipendesse da un DSA. La mamma, una insegnante delle primarie, aveva assistito entusiasta almeno ad un paio delle mie conferenze, ma non era riuscita ad individuare i segnali descritti in sua figlia, eppure la ragazza ce li aveva tutti: spesso è difficile vedere ciò che non si vorrebbe. La inviai a diagnosi, il DSA fu confermato. Amanda apparve un po’ sollevata, ma assolutamente non voleva che i suoi compagni sapessero, terminò così quell’anno nascondendo a tutti il suo segreto. L’anno successivo, in accordo con la dirigente, anch’essa ottima persona di scuola, con grandi competenze rispetto all’apprendimento, adottammo una serie di stratagemmi, non ultimo quello di portare tutte le quarte del liceo, tra cui la classe di Amanda, ad una mia conferenza sui DSA, tenuta presso l’università. A farla breve, nel giro del primo quadrimestre riuscimmo a convincerla a comunicare del suo DSA ai compagni. Fu così che, finalmente, tutto prese ad andare per il meglio, la ragazza ritrovò il sorriso, divenne quasi spigliata: non può esservi serenità quando si ritiene di essere qualcuno con delle caratteristiche da nascondere. Amanda non fece allora nessun percorso analitico con me, le nostre attenzioni a scuola parevano fossero state sufficienti. Diplomatasi, la ragazza si è allontanata da Potenza per i suoi studi universitari. Impiegava un po’ di tempo in più per prepararsi gli esami, ma tutto procedeva per il meglio. Durante il suo Erasmus, l’evento che ha fatto riaffiorare la ferita di anni e anni prima. Una diagnosi in terzo liceo è estremamente tardiva, il percorso precedente, sino ad allora fallimentare, ha già creato danni che spesso richiedono l’intervento dello psicologo per essere riparati. E’ cosi che qualche mese fa Amanda è tornata da me per aprire in analisi quello scrigno segreto mai davvero scoperchiato.
Durante il suo Erasmus, appunto, mentre era all’estero, il suo ragazzo l’aveva lasciata, senza segnali che dessero modo di pensare ad un suo allontanamento, senza preavviso, tramite una mail. Amanda non riusciva a riprendersi da quell’evento, vissuto come un abbandono, era piombata in uno stato di profonda prostrazione che durava ormai da mesi senza accennare ad alcuna remissione. La correlazione tra la ferita nella stima di sé, tra la percezione di una propria totale inadeguatezza che lascia un percorso scolastico frustrante e una dipendenza affettiva, come abbiamo già visto, è altissima. La percezione di essere prezioso, amabile, di avere valore, così come non si è mai riusciti ad avere di sé, ci viene finalmente rimandata dagli occhi di chi ci ama, e questo è l’inizio della fine. La percezione del nostro stesso valore non può essere rimessa nella mani di altri, ne diverremo schiavi, e perdendo l’altro, perderemo di nuovo il nostro senso di noi. Perdendo quel ragazzo, Amanda aveva dunque perso nuovamente se stessa.
Il nostro lavoro insieme sta procedendo verso una nuova consapevolezza: chi non impara ad amarsi per quello che è, ricostruendo la propria immagine interiore che gli eventi hanno fortemente minato, non può amare, né essere amato, ma solo costruire trappole basate sul bisogno.’ Mi identificai immediatamente con Amanda, era esattamente quello che avevo provato nelle mie relazioni amorose, sino a quella che mi aveva portato dritto sul lettino della strizzacervelli, quella con Antonietta. La ringraziai nel mio cuore, quello che mesi prima mi era sembrato un dramma, in realtà era stata la porta per la mia rinascita.

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