12. Il mistero di Pierpaolo


Sicuramente meno drammatica, ma pur sempre molto dolorosa, la storia di Pierpaolo. Venuto al mio studio con l’intera famiglia, moglie e due figli di cui uno con sospetto di DSA, Pierpaolo si è scoperto disprassico. Spesso non si dà la giusta valenza all’impaccio motorio che può accompagnarsi ad un DSA o comunque all’impaccio motorio in sé, isolato da altre problematiche di apprendimento, fatta salva la sola disgrafia, come in questo caso. E’ ovvio infatti che, se sono disprassico, con buone probabilità avrò difficoltà anche nello scrivere, attività che richiede una certa abilità nella motricità fine. Invece esso è ugualmente inficiante per la stima di sé in una personalità in divenire. Come dicevamo, quando i continui rimandi esterni sono quelli di qualcuno che è disordinato, pasticcione, confusionario, incapace di tenere una matita in mano e così via, l’idea che pian piano si costruisce di se stessi, è chiaramente quella di qualcuno inadeguato, sempre: nell’allacciarsi le scarpe come nello sbucciarsi la frutta, nel rifarsi la cartella come nell’abbottonarsi i vestiti e, più tardi, nel farsi il nodo alla cravatta. Quanto più è elementare ciò in cui qualcuno non riesce, tanto più verrà deriso, non importa se magari è capace di cimentarsi con successo in campi ben più ardui, dove la maggior parte neppure si affaccia.
Dunque Pierpaolo, ascoltatami spiegare le varie caratteristiche che potrebbero appartenere a un DSA, restò strabiliato nel sentirmi parlare di disgrafia, di impaccio motorio e di disprassia vera e propria. Ai suoi occhi si aprì un mondo, finalmente poteva dare un nome al fenomeno che nessuno, durante tutta la sua infanzia e la sua adolescenza, aveva potuto capire, definendolo un mistero, ma che pure l’aveva segnata profondamente.
Il mistero di Pierpaolo cominciò esattamente con il suo ingresso a scuola, tutti si aspettavano l’exploit di un bambino che già da tempo, in autonomia e completa spontaneità, aveva imparato a leggere, invece era stata la tragedia. Pierpaolo non era assolutamente capace di scrivere, neppure di disegnare ovviamente, ma quello passava del tutto in second’ordine, essendo la vera tragedia, del tutto inspiegabile, quella che lui non riusciva a scrivere! Fu inviato ad un doposcuola, messo su da tre sorelle, tutte maestre, tutte adoperatesi al meglio per ottenere quella che restò per sempre una calligrafia orribile. Ci si accorse pian piano delle sue difficoltà nell’espletare banali funzioni che riguardavano la sua stessa persona, tanta scarsa autonomia fu imputata ad una madre troppo attenta e presente che, con le sue premure, si ritenne avesse minato l’autonomia del figlio, sostituendosi a lui nel disbrigo di qualsiasi faccenda pratica lo riguardasse. Detto fatto, come brillante soluzione, si fece sparire quasi del tutto l’ingombrante figura materna dalla sua vita. Appena all’età di 9 anni fu spedito in collegio che, pur situato a due passi da casa, non gli consentiva di farvi ritorno che per il solo fine settimana. ‘Dalla mia stanza potevo vedere casa mia, chiudevo gli occhi per sentirne l’inconfondibile odore di lavanda che la mamma metteva nei cassetti, anche nei miei fino solo a qualche giorno prima. Mi pareva di sentire la sua voce chiamarmi, la sua mano passare tra i miei capelli. Ma è quando scendeva la notte che diventava davvero insopportabile, immaginavo i miei fratelli, l’intera mia famiglia, riuniti intorno al tavolo, la mia sedia era vuota. Mi avevano cacciato, non ero degno di stare con loro. Dove diavolo avevo sbagliato? Se solo avessi potuto, mi sarei tagliato quella mano che non voleva scrivere…I singhiozzi avevano infine la meglio sul mio amor proprio, passavo così il resto della notte a piangere… All’inizio, vista la sua reazione traumatica, gli fu consentito di tornare a casa anche il mercoledì sera, ma giusto per il tempo in cui si rassegnasse definitivamente alla nuova organizzazione della sua vita. Il paradosso fu che, pur se dovette imparare a vedersela da solo, ben presto gli amici presero ad aiutarlo nel rifarsi il fiocco, allacciarsi le scarpe e quant’altro.
Di quegli anni gli piace ricordare solo l’esser cresciuto con tanti di loro come fratelli e l’avere ora, quando rientra al suo paese, una grande famiglia allargata ad attenderlo e la sua patente di ribelle, acquisita proprio in quegli anni, proprio in quel luogo. Ma, pur se sepolta col tempo sotto l’immagine dell’anticonformista e dall’atteggiamento un po’ snob dell’intellettuale, restava intatta quella percezione profonda e inconsapevole di totale inadeguatezza, accompagnata e rafforzata dalle sue scarse capacità di orientamento spazio-temporali, dall’idea di un mondo ostile in cui non avrebbe potuto cavarsela da solo, in cui si sarebbe definitivamente perso. E quella venne fuori verso i trent’anni, alle prime situazioni di difficoltà che la vita sempre presenta. Attraversò un periodo di profonda crisi, caratterizzata da fobie ed ansie che lo costrinsero al ricorso di uno psicologo. Attualmente Pierpaolo, pur non sapendo fare ancora il nodo alla cravatta, è uno dei più grandi rappresentanti della cultura lucana e ha risolto molte delle sue paure, anche grazie alla sua compagna di una vita, donna dalle enormi qualità che apprezzo e ammiro anche per la capacità che ha avuto di stargli vicino e, pur non sapendo dare un nome agli strani comportamenti del marito, di non averlo mai colpevolizzato per gli stessi. A oggi quel nome è stato finalmente dato ed il mistero di una vita svelato.
Anche Federico, padre di due ragazzi con DSA, ha preso consapevolezza dei suoi problemi scolastici attraverso le difficoltà dei suoi figli, precisamente del secondo, accompagnato a diagnosi da me. Ancora una volta diviene evidente l’importanza di accompagnare qualcuno a diagnosi spiegando nel dettaglio come e perché e soprattutto abbassando il livello d’ansia dell’intera famiglia. Sempre dico loro che per me è un sollievo verificare di trovarmi solo e semplicemente davanti ad un caso di DSA, ed è proprio così. Hai idea del dolore di quando invece a fatica ho dovuto dire a dei genitori che a mio parere non si trattava di un DSA? La diagnosi di un DSA è una diagnosi per esclusione: solo dopo aver escluso tutte le altre e più severe possibilità, le difficoltà scolastiche che il bimbo incontra possono ascriversi ad un DSA. Questo vuol dire che se così non è, i suoi problemi sono di natura più severa e meno riducibili. Questo peraltro non vuol dire che un DSA non vada riconosciuto nella sua specificità, come alcuni tendono a fare. Credo che questo lavoro dimostri sufficientemente che, se non si riconosce un DSA e comunque qualsiasi difficoltà scolastica legata allo specifico sistema cerebrale che un insegnante si trova difronte, non si adottano strategie didattiche adeguate, per cui quello che non sarebbe un problema, lo diventa e anche molto grande. Dunque Federico, ascoltando le mie descrizioni circa le modalità e la variabilità di espressione di tale caratteristica, per la prima volta ha preso a ripensare alla sua storia scolastica. Aveva frequentato le elementari nel piccolo paese d’origine, vicino Potenza, ed era venuto poi nel capoluogo per frequentarvi le medie. I genitori erano convinti che fosse meglio per lui imparare l’inglese, lingua straniera che non faceva parte dell’ordinamento dell’istituto scolastico del suo paese, che invece adottava il solo francese. Federico sino ad allora aveva imputato le grosse difficoltà che incontrò in quei primi anni a Potenza e le due bocciature su tre anni di medie, alla sua stessa grande inadeguatezza. Ricordava la prima delle due sconfitte come un trauma vero e proprio, mentre la seconda lo vide, invece, piuttosto rassegnato. Durante il suo primo anno di medie fu consigliato caldamente ai genitori di riportarlo in paese, quasi fosse questa la soluzione delle difficoltà scolastiche che incontrava: certo, le medie di un paese sarebbero state più idonee a quel ragazzotto di campagna! Incredibile a volte la ‘spocchia’ che mostrano alcuni docenti che ritengono il proprio istituto, la propria classe, il proprio insegnamento di serie ‘A’. Invero un istituto di seria ‘A’, un insegnante di serie ‘A’, si valutano dai risultati ottenuti, non di certo dai ragazzi mandati indietro, a mio giudizio questo comportamento è piuttosto una dichiarazione di incapacità. Non mi riferisco alle scuole superiori, dove ovviamente è importante riorientare un ragazzo qualora abbia sbagliato indirizzo, seguendo magari gli amici o le insistenze dei genitori, piuttosto alle scuole primarie di secondo grado, quelle identiche per tutti sull’intero territorio nazionale! Federico commetteva molti errori di grammatica, anche nell’esposizione orale, in realtà ancora adesso doveva faticare non poco per non farlo, pur avendo conseguito una laurea. Suo fratello, maggiore di qualche anno, all’epoca frequentava con successo il liceo classico di Potenza e non faceva alcun errore. Dunque, non era anche lui di paese, del medesimo paese? Ad ogni buon conto Federico andò avanti, ben convinto della propria inadeguatezza da provinciale. Inutile dire della voglia di riscatto, della paura e del livore che prese a covare. Oggi si ritrovava ad essere un adulto pieno di rabbia, contenuta, assieme all’ansia, da una grande rigidità nelle abitudini e nei comportamenti. Ansia e rabbia venivano fuori ad ogni piccolo contrattempo o semplice cambiamento di programma, con immotivati scoppi di ira, violenza mal celata, comportamenti ansiogeni e ipercontrollanti, il tutto con due figli con delle difficoltà simili alle sue, da sempre negate e quindi difficili da riconoscere ed accettare nei ragazzi come difficoltà specifiche e non come loro esclusiva responsabilità. Inutile dire che aver potuto dare finalmente un nome alle difficoltà incontrate nella sua infanzia gli ha permesso finalmente di riconoscerle nei suoi figli, di abbassare il livello d’ansia e di fare finalmente pace con se stesso.

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