11. Il caso di Luisa


Il giorno seguente mi arrivarono altri casi.
Non so se fosse la mia sensazione, ma più andavo avanti nella lettura, più mi pareva che divenissero particolarmente drammatici. Si, presero ad apparirmi drammatici nonostante la strizzacervelli cercasse di usare il tono distaccato da ricercatrice.
‘ Sai Orlando, accade spesso che attraverso la diagnosi di DSA di un bambino, uno dei due genitori, ascoltandomi esporre le modalità di espressione di tale disabilità, le riconosca come proprie della sua stessa infanzia. E’ questo il caso delle testimonianze raccolte in questo capitolo.
Così accadde per Luisa e per fortuna.
Luisa giunse al mio studio per una consulenza in merito alla possibilità che il figlio, allora in IV elementare, potesse avere un DSA. La storia scolastica del bambino era stata sino ad allora disastrosa, il bimbo faticava a leggere e mostrava chiari segni di più d’una problematica legata ai DSA, eppure sino ad allora nessuno pareva volesse darle retta. Istintivamente Luisa sentiva che il bimbo doveva avere una qualche difficoltà specifica, che gli scarsi risultati raggiunti non fossero imputabili alla sua cattiva volontà. Ma, come spesso avviene, la vivace intelligenza del bambino fugava nei docenti qualsiasi idea di difficoltà che non fosse collegabile al suo scarso impegno, per loro lei era una visionaria. La diagnosi, invece, le diede ragione, il bambino in realtà aveva un DSA, e anche piuttosto severo. Spiegato nel dettaglio di cosa si trattasse e di quali potessero essere le manifestazioni, alla mia domanda volta ad indagare l’eventuale presenza di altri casi in famiglia, Luisa rispose che non ve ne fossero, non che lei sapesse. La donna mi appariva particolarmente provata, incline al pianto, quasi sull’orlo di un cedimento nervoso. Decidemmo di iniziare qualche incontro che l’aiutasse a superare il difficile momento. Luisa imputava il suo malessere alle difficoltà scolastiche del figlio, ai tanti insulti subiti dal bambino a scuola e da lei insieme a lui. Risultava ovvio, invece, che tanta fragilità non dipendesse da quel problema. Quella che man mano venne fuori, fu una storia a dir poco sconvolgente. Luisa, che aveva rimosso gran parte della sua infanzia, prese lentamente ad aprire quella sorta di vaso di Pandora che è il nostro inconscio. Cominciò con il ricordo di un episodio altamente traumatico, accaduto nel suo ultimo anno della scuola di infanzia.
Era stata una bambina particolarmente vivace e oppositiva, tanto a scuola quanto in famiglia. Quel giorno la suora che le faceva da insegnante decise per una bella lezione che piegasse definitivamente quello spirito così ribelle. La picchiò selvaggiamente e la chiuse per ore nei bagni dell’istituto. La donna poteva ancora provare quel terrore e sentire, quasi fossero rimaste da allora nell’aria, le sue urla disperate che chiedevano di uscire. Rimosse dalla consapevolezza, erano invece scritte a fuoco nella sua carne.
La notte, la piccola ebbe una febbre post traumatica, fino a raggiungere i 40° di temperatura corporea. In seguito a quel dramma, Luisa si chiuse in un mutismo selettivo fino a parlare pochissimo e solo con la madre per diversi anni. Grazie ad una maestra particolarmente attenta e sensibile (come in realtà dovrebbero esserlo tutti coloro che si dedicano a questo lavoro), quel mutismo si trasformò negli anni in un riserbo timido e schivo, che però consentiva almeno qualche scambio relazionale. Proseguendo nei ricordi, Luisa pian piano cominciò a riconoscere nel suo difficilissimo percorso scolastico grandi similitudini con quelle del figlio. Aveva enormi difficoltà nei fatti numerici, nella memoria a breve termine e nell’orientamento spazio-temporale e, quanto alle sue difficoltà espressive, restava estremamente difficile disgiungerle dal lungo mutismo che l’aveva caratterizzata. Le sue difficoltà divennero evidenti alle scuole medie, dove ancora per sua fortuna il primo anno incontrò una professoressa di lettere che conosceva bene il suo mestiere. In un tempo in cui era impensabile, adottò con lei le interrogazioni programmate, e questo funzionò. Il buon senso non ha bisogno di leggi e linee-guida, ignorate invece in sua assenza, anche quando sono istituzionalizzate. Purtroppo quell’insegnante l’anno successivo dovette andar via e fu il caos. Luisa venne bocciata e, l’anno seguente, seppure ripetente, fu rimandata proprio in matematica, in storia (materia estremamente complessa per chi ha difficoltà nella linea del tempo senza avvalersi di mappe che lo orientino) e in inglese (difficoltà comune a molti DSA). Senza indugiare oltre su un percorso scolastico che si arrestò definitivamente al terzo anno di un istituto professionale, vorrei dare uno sguardo alle pesanti conseguenze che vi furono sul piano psicologico. Luisa crebbe in un totale isolamento, con la percezione di un sé totalmente inadeguato, in tutto. Consentimi Orlando di spiegarti una cosa: il sé non è un datum, esso si costruisce nel tempo in base ai rimandi che ci provengono dall’esterno, dunque se questi sono tali da rimandarci continui fallimenti, l’immagine che ci si costruirà di se stessi, sarà fallimentare. Come uno specchio in cui poter vedere riflesso il proprio viso, l’ambiente esterno riflette al bambino l’immagine del suo sé in fieri e in quella esso prenderà inevitabilmente a riconoscersi. Pertanto, convinta di valere meno che niente, con la sensazione di straniamento di chi non sente di appartenere a nessun gruppo e a nessun luogo, di chi è incompreso e incomprensibile a se stesso e agli altri, Luisa finì con il rifugiarsi in un gruppo di cinque amici, tutti reietti, tutti ai margini di una società che non sapeva accoglierli. Prese con loro a fare uso di droghe e, dopo due anni, con l’arresto di due di loro e con la morte di un terzo per overdose, decise fortunatamente di smettere. Ad oggi, dei cinque non è sopravvissuto nessuno, chissà perché a loro volta avevano abbandonato gli studi in così giovane età, nessuno saprà mai l’evento traumatico alla base di quelle vite spezzate troppo presto. Tralasciando il resto della storia, fatto di periodiche crisi depressive, arriviamo, dopo il matrimonio della donna, al suo secondo figlio. Un bel blues post partum la portò a sfiorare più volte l’idea del suicidio, in una relazione coniugale che la vedeva intrappolata nelle dinamiche tipiche di una dipendenza affettiva. Se una schifezza mi sento, come una schifezza mi faccio trattare. Come più volte ti ho ripetuto, la percezione di sé come di un essere inabile, inadeguato, non autonomo, porta quasi automaticamente verso condotte di dipendenza tanto da sostanze psicotrope quanto da comportamenti fondamentalmente autolesivi. Ripresasi un po’ da tutto questo con l’ingresso del figlio alla materna, dopo neanche due anni dovette cominciare la battaglia per le difficoltà che questi a sua volta prese ad incontrare nel suo percorso scolastico e che solo lei riconosceva come tali. Forse sarebbe stato troppo per chiunque. Somministratele i test, finalmente ha potuto dare un nome alla sua storia, ai suoi disagi, al suo dolore e pensare così di lasciarli definitivamente alle sue spalle. Non si può elaborare qualcosa che non ha un nome, che non si sa neppure di avere. Vorrei in ultimo sottolinearti in questo caso, il grande dolore della madre di Luisa ogniqualvolta si trovava di fronte alle difficoltà scolastiche della figlia: ‘ricordo gli occhi pieni di lacrime di mia madre e l’umiliazione dipinta sul suo volto ad ogni incontro scuola-famiglia. Mia madre aveva sì e no la quinta elementare, non era in grado di seguirmi nello studio domestico, né le nostre possibilità economiche le consentivano di pagare qualcuno perché lo facesse in sua vece.  Il suo dolore non faceva che farmi sentire sempre più colpevole, inadeguata e indegna del suo amore’. Voglio sottolinearlo, perché è indicativo di un ulteriore dato emerso da questo studio che vorrei tenessi presente quando realizzerai le statistiche, precisamente quello che mostra l’alta incidenza dei fattori socio-culturali della famiglia sui percorsi scolastici difficili dei figli e, quindi, sul loro abbandono scolastico precoce e sui rischi di eventuali comportamenti devianti e antisociali che esso può comportare.

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