10. In breve mi giunsero altri quattro casi


Per me era divenuto un appuntamento attesissimo quello dei nuovi casi da analizzare. In realtà, molto più dei numeri, presi ad appassionarmi alle storie, in ognuna potevo trovare una parte di me, della mia stessa storia.
‘Da quando ho assunto la nostra ipotesi nel mio lavoro analitico, ho potuto rileggere in questa chiave, anche alcune storie di pazienti da tempo a studio da me per cui non avevo mai ipotizzato nulla del genere. Che strano, avrei avuto tutte le coordinate per farlo anche anni fa ma ho avuto bisogno del tuo ‘la’. Qualcosa può starci per anni sotto il naso, senza che ce ne rendiamo conto, poi all’improvviso… Grazie sempre!’
Non avete idea di quanto tutto questo mi inorgoglisse.
‘ Il percorso analitico di Angelica presso il mio studio, cominciò diversi anni fa. La prima volta giunse da me perché in crisi con quello che era il suo compagno di allora. Angelica mostrava chiari segni di una dipendenza affettiva, con tutte le caratteristiche tipiche di una tale condotta. Il lavoro fu mirato al rafforzamento di un sé fragile, alla modificazione di una percezione di sé come di qualcuno estremamente inadeguato, percezione che in realtà non trovava alcun reale riscontro nella sua vita oggettiva. Angelica mostrava bella presenza, era molto ricercata dagli amici, capace nel lavoro. Era reduce da un divorzio di anni addietro e viveva con il figlio avuto da quel primo matrimonio. La terapia ebbe in parte i risultati sperati ed Angelica superò quel momento di difficoltà. Come ti dicevo, all’epoca non avevo ancora elaborato la mia ipotesi, né mi venne in mente di leggere in base a quella la profonda disistima di sé che Angelica mostrava. Lei restò comunque in contatto con me per periodiche consulenze, che nel tempo portarono ad analizzare vissuti sempre più profondi. Fu così che arrivammo ad analizzare la sua relazione con il figlio, che si mostrò ben presto essere simbiotica e che negli anni cominciò a contraddistinguersi per una forte ambivalenza che, con la sopraggiunta adolescenza del ragazzo, prese a tingersi di toni piuttosto violenti e rabbiosi. Il ragazzo non mostrava particolare interesse per gli studi, cosa che Angelica invece avrebbe desiderato ardentemente. Quando la donna si rivolse a me per i disturbi psicosomatici che il figlio aveva preso a manifestare e che lo portavano a stati ansiosi circa la propria salute, tenendolo lontano da scuola tanto da fargli perdere per la seconda volta un anno alle superiori, io avevo già elaborato la mia teoria. Mi resi ben presto conto che il ragazzo, seppur coperte da un manto di oppositività, aveva difficoltà negli studi che non volva riconoscere a se stesso e soprattutto ad Angelica. Schiacciato dal senso di colpa rispetto ad una madre che si era dedicata anima e corpo alla sua crescita e che solo avrebbe voluto da lui proprio assiduità negli studi, prese a manifestare disturbi somatici tali da catturare completamente l’attenzione della madre sul suo stato fisico e psichico, stornandola da quella sui suoi studi. Sottoposto a diagnosi, il ragazzo risultò un DSA. Dal canto suo Angelica, a stati alterni, continuava a mostrare stati ansiosi-depressivi e fobie sebbene controllate, imputate allo stato psicofisico del figlio. Forte della risaputa familiarità presente nei DSA, presi a leggere anche il suo disagio nei termini di un eventuale evento traumatico risalente al suo stesso percorso scolastico. Quello che ne venne fuori fu strabiliante. Non avevamo mai toccato quell’argomento, Angelica piangeva ogni qualvolta si parlava dei suoi studi, si rimproverava la sua poca volontà e attitudine negli stessi ed imputava a questo gli scarsi risultati ottenuti. Ancora era questo senso di sconfitta che animava il desiderio nella riuscita degli studi del figlio: una sorta di riscatto per i suoi. Somministrati i test anche a lei, Angelica è risultato l’unico caso in cui non è stato riscontrato un DSA. Difficile, data la familiarità, escludere che l’abbia nel tempo ben compensato. Resta comunque certo un suo percorso scolastico altamente frustrante, il riportarlo alla consapevolezza così da poterlo finalmente elaborare ha consentito l’interruzione di un circuito vizioso in cui madre e figlio si stavano avvolgendo e la risoluzione degli stati di malattia del ragazzo. Mio caro Orlando, la somatizzazione del disagio psicologico è un’altra manifestazione tipica di questa problematica. Spesso i bambini ed i ragazzi con DSA prendono a mostrare fobie scolari con la manifestazioni di forti reazioni fisiche al contatto con ambienti scolastici, ma anche malesseri psicosomatici apparentemente slegati da tale contesto. Spesso anche con i più giovani sono giunta ad ipotizzare un DSA, poi puntualmente confermato dall’iter diagnostico attivato, attraverso manifestazioni di disagio psicologico di tutt’altro tipo, mostrate dai ragazzi accompagnati al mio studio per queste stesse manifestazioni e non per difficoltà di apprendimento.
Così, ad esempio, è avvenuto per Giacomo, condotto da me dai genitori poiché mostrava atteggiamenti fortemente oppositivi in famiglia e a scuola. Atteggiamenti di cui i docenti avevano preso a lamentarsi sanzionandoli continuamente, senza peraltro ricercarne le ragioni sottese, con il solo risultato di ottenerne altri e ancora più oppositivi. Vorrei aprire ancora una parentesi per te e dare contezza della grande rabbia e oppositività che spesso contraddistinguono i bambini con un DSA e gli adulti che non hanno avuto modo di elaborare i loro vissuti rispetto a quella che io preferirei chiamare caratteristica piuttosto che disabilità: quando sei solo contro tutti gli altri, è difficile non pensare che il mondo ce l’abbia con te e prendere così ad avercela con il mondo stesso, è un po’ la reazione opposta alla tua caro Orlando, ma pur disposta lungo uno stesso continuum. Torna ancora il vissuto di quella bambina rabbiosa che sono stata io, bollata in uscita dalle elementari dal seguente giudizio: ‘Ragazza ribelle, che non ha paura di niente e di nessuno’. Quella bambina, che pareva gridare al mondo ‘mi spezzo, ma non mi piego’ e che perciò stesso tutti cercavano di piegare senza capire che dentro, spezzata era già. E’ questa la rivalsa di chi ha scelto di abbandonare se stesso per confondersi nella moltitudine rassicurante: piegare chi non fa la stessa cosa, senza neppure capire che quello, anche volendo, non può farlo. La norma conforta, il diverso mette in discussione e spaventa, perciò la massa prende ad attaccarlo con la ferocia del branco inconsapevole, determinato a piegarlo alle proprie logiche o a farlo fuori, imputando tra l’altro a lui tale ferocia. Dunque, nel caso di Giacomo l’ipotesi della presenza di un DSA mi saltò subito agli occhi e, dopo un colloquio in merito con il ragazzo, lo inviai a diagnosi con valutazioni esternate ai soli genitori e che puntualmente furono confermate in pieno, questa volta dal dottor Giacomo Stella, al quale decisero di rivolgersi, facendomi guadagnare da parte loro, l’appellativo di ‘maga’. Nessuna magia, solo esperienza. La fortuna di Giacomo è stata l’aver incontrato il suo insegnante di musica, che ha capito le sue grandi abilità con il violino, abilità che la famiglia lo ha spinto a coltivare. Con i primi strabilianti successi ottenuti in un battibaleno sullo strumento, il ragazzo ha cominciato ad acquisire fiducia in sé e, miracolosamente, la sua grande rabbia e i suoi comportamenti definiti addirittura ‘antisociali’ sono spariti. Ancora una parentesi che può esserti utile nell’elaborazione delle nostre variabili, un altro dato che è apparso evidente in questi casi sinora testati, è la relazione diretta tra rabbia e Q.I. Infatti, più è elevato quest’ultimo, più è grande la rabbia, agita o repressa, implosiva o esplosiva, dipende dall’ambiente, ma sempre grande. Questo fenomeno mi appare legittimo e conseguenziale, più è potente l’esemplare, maggiormente risentirà della coercizione: è nota a tutti la ferocia dei grossi cani tenuti alla catena.
Quello che in questo caso risulta di particolare rilevanza, è che il ragazzo aveva un fratello maggiore in possesso di diagnosi di DSA da diversi anni, ma i genitori, non riconoscendo un quadro comportamentale simile in Giacomo, non avevano affatto pensato che tale disturbo potesse essere comune anche lui. Ciò capita spesso anche tra i docenti che hanno avuto precedenti esperienza con alcuni DSA, i quali escludono che i casi successivi lo siano, perché contraddistinti da caratteristiche diverse, quasi ognuno non abbia le sue peculiarità.
Ancora ti porto il caso di Francesca, che nessuno ha condotto al mio studio ma che semplicemente ho ritrovato in una mia classe, nel periodo iniziale della sua prima liceo. Più volte, al mio ingresso in aula, avevo registrato come l’allieva non fosse presente, mentre i compagni mi riferivano fosse in bagno. Una volta, protrattasi più a lungo la sua permanenza in quel luogo, la raggiunsi intimandole di aprirmi la porta. Francesca era seduta a terra, in preda ad un pianto irrefrenabile. Mi accomodai anch’io in terra celando il mio disappunto, dettato da elementari norme igieniche. ‘Non riesco ad ambientarmi in questa nuova classe, non riesco a fare amicizia con nessuno. Mi sento giudicata, sempre, dai professori, dai compagni, da tutti. Non so come dirlo a casa, io qui non ci riesco a stare. In classe mi viene da vomitare, mi fa male la testa, mi si offusca la vista, mi sembra di impazzire ma mia madre non capisce, nessuno mi capisce… Il colloquio che ne seguì mi fece immediatamente pensare ad un DSA. L’allieva parlava di un grave stato depressivo, della difficoltà di trovare amicizie vere in classe ecc. Mi riferì inoltre di attraversare periodicamente, da diversi anni, fasi simili, pur se meno severe. Riguardo ai periodi dell’anno in cui si manifestavano tali stati, fu evidente la loro corrispondenza con le fasi di maggior stress scolastico, mentre la remissione totale dei sintomi corrispondeva alle pause estive. Tutto sin troppo facile per me. Un’ altra caratteristica che, seguendo tanti bambini con DSA, ho potuto constatare è che per questi il passaggio da un ordine di studi all’altro comporta sempre una grave acutizzazione dei sintomi. Si risvegliano inconsapevolmente i vissuti del loro primo ingresso a scuola, le difficoltà incontrate e gli insulti subiti sino a giungere a diagnosi. Ogni passaggio che li metta di fronte a nuovi docenti, nuovi compagni, nuove materie, riattiva dunque in loro l’ansia ed il timore di non essere compreso, di essere sanzionato e deriso, il loro timore spesso, purtroppo, è più che fondato.
Ritornando a Francesca, feci una breve indagine tra i colleghi ed invitai i genitori a portare a diagnosi la ragazza. La diagnosi confermò puntualmente i miei sospetti. Ovviamente anche tali diagnosi possono essere a corredo della nostra ricerca, pur non essendo eseguite direttamente da me. La giovane età di Francesca mia ha consentito anche in questo caso di ricorrere ad una diagnosi delle nostre strutture pubbliche, abilitate alla valutazione sino al diciottesimo anno di età.
Sai Orlando, molti ragazzi, dotati di un ottimo Q.I., adottano autonomamente strategie compensative tali da non rendere manifeste le loro difficoltà. Queste strategie sono però estremamente costose in termini di impegno ed attenzione profusi e possono portare facilmente il soggetto ad uno stato di stanchezza e di prostrazione. Ancora, spesso accade che tali manifestazioni di disagio psicologico si manifestino solo con l’ingresso a scuole di grado superiore, così come è stato per Roberto, il figlio di Angelica, che nelle scuole primarie di primo e secondo grado aveva conseguito sempre risultati più che soddisfacenti. Ciò può avvenire facilmente perché, ovviamente, l’aumento della complessità e del carico di lavoro richiesto possono rendere insufficienti le strategie applicate sino ad allora.
A questo proposito voglio narrati di Debora, una ragazza descritta da tutti come bravissima a scuola, ma che, a partire dal terzo anno del liceo, aveva cominciato a dare segni di un malessere psicologico che aveva finito per influire sui suoi studi. Un pomeriggio la accompagnarono al mio studio i genitori: quella mattina prima di andare a scuola, aveva lasciato loro una lettera dai toni a dir poco allarmanti. ‘Mamma, papà, mi spiace ma la scuola non mi interessa, la vita non mi interessa. Si fossi foco arderei lo mondo, si fossi acqua lo tempesterei… lo fosse stato davvero, l’avesse fatto, ora non sarei qui. Quale lo scopo di tutto questo affannarsi? la nebbia, la nebbia prende la mia testa, i confini scompaiono, tutto diviene magma indistinto…stamani mi sono tagliata nel bagno, si, su di un braccio, sotto la polsiera così che nessuno potesse vederlo, mi piaceva vedere il sangue uscire lento, le mie vene dunque non erano secche, forse ero ancora viva anche se invece dentro mi sento morta e poi quel dolore del corpo leniva quello dell’anima… Inutile dire che il mio campo di indagine è andato subito alle sue caratteristiche cognitive a dispetto di ogni giudizio contrario. Se il sintomo comprende la scuola, io indago anche quel settore. Sottoposta a diagnosi, ancora una volta il suo DSA è stato accertato dal nostro SSN.
Il terzo anno, l’inizio del triennio, è il più difficile, cambiano i docenti, si cominciano a studiare materie nuove e più complesse, cambiano le richieste degli insegnanti. Conosco tutto questo troppo bene. Se dovessi renderlo in un immagine, una di quelle di cui si nutre il mio pensiero, riandrei a quella di una storia raccontatami anni e anni fa. Credo fosse solo una storia, parlava di un bimbo olandese che, scorto un piccolo buco nella grande diga, lo chiuse con il suo dito affinchè l’acqua fuoriuscendo, non lo facesse divenire sempre più grande. Il bimbo passò così l’intera notte sin che all’alba, la squadra dei soccorritori che nella notte aveva preso a cercarlo, lo trovò. La diga fu salva, il paese anche e, per riconoscenza, dedicò al bimbo un monumento nella piazza, considerandolo per sempre un eroe. Bene, l’immagine è questa, ma dopo la notte (tutto il precedente iter scolastico passato correndo in salita) nessun soccorritore, piuttosto la pressione dell’acqua che comincia a disegnar crepe nell’intera struttura (richieste scolastiche maggiori che cominciano a mettere in difficoltà le strategie compensative adottate inconsapevolmente sino ad allora). La sensazione è quella di chi sente che tutto è perduto, vano ogni tentativo: l’acqua avrà la meglio su tanto ardore, la diga con un boato si sbriciolerà e lui sarà sommerso. Bene, era proprio questo che esperiva senza consapevolezza questa ragazza: l’ineluttabilità del destino, l’inutilità di ogni suo fare.’ Le immagini che la mia strizzacervelli a volte trovava, rendevano bene l’idea di ciò che voleva esprimere e nello stesso tempo rimandavano a me, quanto il suo pensiero, come il mio stesso, si fondasse essenzialmente di immagini piuttosto che di parole. La storia del bimbo olandese, dove diavolo era andata a ripescarla mai? Dopo due anni di silenzio in merito ai casi, questi mi giungevano ora, uno dietro l’altro, analizzati, testati, verificati, non era certo stata con le mani in mano la mia dottoressa. Diciassette, tra i suoi pazienti ne aveva trovati diciassette. Dopo che l’avessi visionati tutti, avremmo potuto procedere insieme alla stesura della griglia da inviare agli altri specialisti per raccogliere il campione di controllo.

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